Pubblicato in storie di viaggio

Le Ciampate del Diavolo, un cammino lungo 350 mila anni

Le Ciampate del Diavolo, un cammino lungo 350 mila anni Pubblciato il 21/10/2016

di Paola Caramadre

“Aspetta! Non andare, non correre. Aspettami!”. La voce accompagna i passi, li chiama e richiama quelli dei suoi simili. Un piede in fallo, scivola, si tiene, appoggia la mano. “Aspettami”, la voce si riflette nel piede, piccolo e sottile. Le dita si imprimono nella roccia, la voce affida alla pietra il suo racconto.

Un racconto che ha origini antiche. Per 350 mila anni, la voce e l’impronta di un piccolo piede sono rimasti custoditi in un particolare tipo di roccia. L’orma non è sola, ce ne sono altre, altre piste che scendono sul digradare della collina, sovrastata dalla bocca del vulcano di Roccamonfina. Una storia antica, smarrita, nascosta, riscoperta e ritrovata, ancora da definire, ancora da studiare, ancora da raccontare. Ne sono protagonisti gli autori delle 46 impronte, classificati come Homo heidelbergensis, un’alluvione che ha devastato l’invaso di località Foresta all’inizio del 1800 e una straordinaria concatenazione di cause, effetti e condizioni che ha permesso alla natura di tramandare le impronte, tra le più antiche al mondo, di ominidi.

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Questo luogo, importantissimo dal punto di vista scientifico e storico, è denominato da una tradizione orale, popolare e misterica, come “Ciampate del Diavolo”, ovvero orme del diavolo, con l’intento di renderlo un luogo di pericolo e quindi non menzionato nelle topografie ufficiali. Un nome bandito perché luogo di catastrofe e di sovvertimenti naturali. Grazie anche a questo elemento antropico, il declivio di roccia si è conservato quasi intatto, pur nella sua fragilità, fino al 2003, anno della sensazionale scoperta, o riscoperta, del sito.

“Le Ciampate del diavolo” e la sua forza evocativa si nascondono ai piedi di un villaggio rurale nel territorio del Comune di Tora e Piccilli. Per raggiungerlo è necessario immergersi in un sentiero avvolto nella vegetazione. Un percorso che ha qualcosa di sorprendente, è come attraversare un varco spazio-temporale. Tra felci, rami e radici prodigiose, muschi, gocce d’acqua e una temperatura che gradualmente scende, si entra nell’alveo magico della località Foresta. Un bosco antico, remoto, lontano da ogni rumore, da ogni forma di civiltà complessa, da ogni strumento meccanico. Un tunnel di vegetazione che conduce lontano fino ad una radura dalla quale emerge la parete di roccia che custodisce le impronte di ominidi. Più in basso, ci sono i resti dell’antico mulino distrutto dall’alluvione di circa due secoli fa, l’inferno e un torrente di acqua illuminata dai minerali.

Con lo sguardo pieno di meraviglia si risale verso il sito così unico e, come tutte le cose uniche, prezioso. Ci guidano in questo suggestivo percorso a ritroso nei millenni, nelle storie, all’origine della nostra specie sulla terra, due persone particolari, Norma Mazzoccoli, giovane e  brava archeologa, e Adolfo Panarello che ha avuto il merito di essere tra i ‘riscopritori’ delle impronte e che, con scientifica dedizione ha dedicato la sua vita e il suo lavoro allo studio del sito paleontologico. “Salvare l’impossibile”, custodire ciò che la natura, secondo dopo secondo, contribuisce a cancellare è il compito che si è dato il paleoicnologo. Attraverso le sue parole sembra di rivivere i momenti che hanno preceduto il calpestio della roccia ancora molle, ancora lieve, sembra di poter distinguere le figure dei nostri antenati muoversi sulla collina, imprimere i loro passi per l’eternità o almeno per il tempo sufficiente a permetterci di conoscerli e ricordarli.

Foto di Antonio Nardelli

(Per saperne di più: «Sulle “orme del diavolo”: conoscere e conservare le tracce dei primi Italiani»)

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