L’uomo che aveva fretta

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di Giuditta Di Cristinzi

Cercò il nome sul citofono, con lo sguardo miope. Pigiò  un tasto.

– Secondo piano, gracchiò  una voce maschile.

Un cancello, un portone, un altro, due gradini. Diede uno sguardo al vecchio ascensore, di quelli con la porta esterna e i due sportellini dietro rivestiti di radica di mogano e ottone. Scelse le scale, le fece in pochi balzi. Arrivato su, in cima al pianerottolo, non ebbe neanche il tempo di guardare. Vide una porta socchiusa, senza indicazioni, fece capolino, entrò e si richiuse la porta alle spalle. Un’occhiata nel corridoio, poi si diresse nella prima stanza.

– Chiedo scusa,…-

– Prego prego,  sei un po’ in ritardo. Siediti, ci presenteremo dopo. Lì, in fondo dovrebbe esserci una sedia libera. –

Prima di capire, di realizzare, Luca si infilò tra le sedie disposte in doppia fila, aprendosi un varco che immediatamente si richiuse al suo passaggio. Arrivò in fondo alla stanza e si sedette. Dopo un attimo di esitazione, lasciò cadere a terra, quasi sconfortato, la sacca che aveva con sé. Cominciò a guardarsi intorno perplesso. Noi eravamo presi dalla proiezione del film che ci stava propinando Marinella, in penombra. Il tipo non guardava. Era completamente distratto da qualcos’altro.

– Zzzzz…- intimò il silenzio il secchione in prima fila, per soffocare il brusio che si era creato con l’ingresso in aula dello sconosciuto. Questo si fece piccolo piccolo e zittì, proprio mentre cercava di articolare una risposta alla mia veloce presentazione e alla mia domanda. Accavallò le gambe e cominciò a battere ritmicamente a terra con la punta del piede. Guardò nervosamente l’orologio. Guardai anch’io. Le 09.51. Rivolse lo sguardo fuori dal balcone semiaperto. Decine e decine di cicche di sigaretta, nei vasi, a terra, nell’angolo, sul davanzale. Doveva viverci una  tribù di turchi,  sembrò pensare. Era leggermente scarmigliato, rosso in viso,  con la barba di due tre giorni,  tutto sommato carino. La pellicola scorreva e il tizio vi buttava di tanto in tanto uno sguardo distratto. Cavolo, stava distraendo anche me. Guardò di nuovo l’orologio e poi ancora e ancora, ogni venti, trenta secondi. Tamburellava piano le dita sul bracciolo della sedia. Poi cominciò a mangiarsi le unghie della mano sinistra.

Forse è un fumatore, pensai, o gli scappa la pipì e non ha il coraggio di disturbare di nuovo, alzarsi, riattraversare la stanza in senso opposto e chiedere della toilette.

Luca posò entrambi i piedi a terra davanti a sé, li sporse più che poté e cominciò a dondolare sulla sedia  facendo leva sullo schienale, rischiando di perdere l’equilibrio e rovinare a terra. La visione del film stava per arrivare all’intervallo tra il primo e il secondo tempo. Lo sconosciuto fremeva. Fece come per alzarsi dalla sedia, poi si accasciò di nuovo e prese a mordicchiarsi il polsino del pullover. Il primo tempo della pellicola era finito.

Marinella cliccò su pause e si diresse verso il balcone accanto a lei per alzare del tutto le serrande abbassate.

– Allora, che ne pensate? Anzi, conosciamo prima l’ultimo arrivato. Tu devi essere Francesco Attanasio. Sei arrivato con un po’ di ritardo. Avevamo appena finito le presentazioni e stavo mostrando agli altri un film interessante per introdurci al lavoro che faremo…

Lo sconosciuto finalmente si alzò, parve sollevato, raccolse la sacca da terra e, dando l’impressione di fare un sforzo sovrumano, fece a mezza voce:

  • No, scusatemi, io mi chiamo Luca Rizzi e credo di aver sbagliato indirizzo

Il tizio si fece di tutti i colori e scappò via senza neanche voltarsi indietro.

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