I maiali di Rocciapovera

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Tommaso guardò fuori dalla finestra. – Come hai detto che si chiama quel paese lassù?
– Intendi Rocciapovera? – rispose suo nonno, senza alzare lo sguardo dal giornale.
Non aveva bisogno di ulteriori dettagli, sapeva già a cosa si riferisse. Lui lo aveva sconsigliato di andarci. Ma sapeva anche quanto fosse cocciuto suo nipote.
– Sì, sì, quello. E i maiali?
– Cosa?
– Mi ha detto la nonna che i maiali di Rocciapovera sono rinomati.
– Ah, quello è certo. Non c’è niente da fare, la carne dei maiali di Rocciapovera ha un sapore unico. Hai sentito com’erano buone le salsicce che hai mangiato a pranzo?
– Squisite, in effetti. Allora un saltino lassù vale la pena di farcelo.

Il nonno distolse lo sguardo dal giornale, sbirciò il nipote da sopra le lenti a mezzaluna. –  Tommy, i rocciaporesi sono gente un po’ strana. Specialmente con i forestieri. Per non parlare di quei turisti che sono andati lì e sono scomparsi nel nulla.
– Va be’, ma quelle sono solo coincidenze. Sarà accaduto a due o tre persone e…
– Almeno una ventina, da che ne se ne ha memoria.
Tommaso disse – Ma si è trattato di incidenti, no? In effetti, a vederla da qui, lastrad ina che si inerpica verso il paese sembra la serpentina dello zampirone che accendola sera per non farmi divorare dalle zanzare.
– E chi lo sa? Di quella gente non si è mai saputo nulla. Di un paio di loro sonostate ritrovate le auto, giù nella scarpata, è vero, però i rispettivi occupanti non sono stati mai rinvenuti, né vivi né morti.
– Strano…
– E già. Forse i rocc iaporesi non amano che si vada a curiosare tra le loro vecchiecase,    gli unici che non corrono rischi sono quelli che vanno a comprare la loro carne dimaiale e subito vanno via… e comunque non è che qui ci siano tutte queste zanzare. Io etua nonna dormiamo sonni tranquilli senza bisogno di quelle schifezze chimiche di cui tunon puoi fare a meno.
– Nonno, sarà che io ho il sangue dolce… – sorrise Tommaso.
Continuava a guardare dalla finestra, verso quel paesello inerpicato sulla collina che lo intrigava tanto. In realtà non era il paese in sé ad interessarlo, quanto la possibilità di portare a casa un’altra manciata di belle fotografie. Ogni volta che d’estate veniva a trovare i nonni, in quest’angolo di Appennino, non perdeva occasione di andarsene in giro in cerca di scorci e siti caratteristici da immortalare con la sua Nikon. Solo che ormai i paesi dei dintorni a cui dedicare una delle sue sortite erano praticamente finiti. Avrebbe potuto lasciarsi Rocciapovera per l’anno successivo, ma non era sicuro che avrebbe di nuovo trascorso parte delle vacanze da nonno Goffredo e nonna Faustina. Il suo matrimonio era ormai imminente e chissà che progetti avrebbe fatto con Micaela per le
prossime vacanze estive.

Tornò nella sua stanza, si buttò sul letto e decise di riprendere a leggere l’ultimo best seller di Stephen King. Si immerse nella lettura, ormai era in dirittura d’arrivo di quelle quasi cinquecento pagine ed era ansioso di scoprire il finale del romanzo.
La borsa fotografica era su una sedia, proprio di fronte a lui. Il sole lambiva la sua stanza ancora alto nel cielo, ci sarebbero state ancora tre ore buone di luce.

Tommaso ogni tanto alzava gli occhi dal libro, gettava uno sguardo verso la borsa con la sua attrezzatura come per assicurarsi che fosse sempre lì, che non si fosse animata e messa in cammino da sola in cerca di nuove immagini da catturare per conto suo.
Evidentemente il re del brivido aveva una grande capacità di condizionamento su di lui, se la rise tra sé e sé.
Però forse quell’immagine che gli si era insinuata in testa altro non era che il segnale inconscio di come il fatto di starsene a leggere con tutto quel sole ancora a disposizione non lo convinceva proprio per niente, e reprimere la voglia che aveva di andarsene in giro gli sembrò via via sempre più intollerabile.
– Io vado – annunciò ad alta voce ad un interlocutore inesistente, confortato dal pensiero non si sarebbe sentito obiettare nulla.
Si ritrovò sulla sua moto in un battibaleno, la borsa fotografica a tracolla, il casco, e una brezza leggera che aveva cominciato a smuovere l’aria ristagnante di quell’inizio di luglio ad accompagnarlo verso la sua prossima meta.
Quando giunse in vetta alla collina su cui si tagliava il centro abitato di Rocciapovera, gli sembrò di essere capitato in un paese fantasma: in giro non si vedeva nessuno, nessun suono aleggiava intorno, perfino le ombre tra le case antiche sembravano immutabili, come scolpite direttamente tra le case di pietra e l’asfalto, condannate da una qualche maledizione a perpetuarsi eternamente e inalterabilmente a dispetto di tutte le leggi di natura.
E va bene, rifletté mentre smontava dalla moto, adesso lascia da parte i pregiudizi di nonno Goffredo sui rocciaporesi e le suggestioni gotiche di Stephen King e concentrati unicamente su quello che sei venuto a fare qui: l’ennesima serie di splendide foto che susciteranno l’ammirazione degli amici del circolo fotografico.
Si incamminò per un viottolo che sembrava scavato direttamente nella roccia, la luce era perfetta e lui, dopo aver innestato il grandangolo alla sua Nikon, cominciò a scattare.
Magnifico, si disse, mano a mano che si inoltrava per quel vicolo e prendeva a ragionare unicamente come un fotografo, per cui tutto quello che vedeva intorno a sé aveva rilevanza unicamente in termini di inquadrature, di prospettiva e di linee di fuga.
Era ormai completamente in preda al suo raptus fotografico quando nel bel mezzo del mirino, come materializzatosi dal nulla, si stagliò il muso minaccioso di un grosso cane di incerta razza ma di sicura ed enorme stazza.
Tommaso si bloccò all’istante. Aveva sempre avuto la fobia dei migliori amici dell’uomo, che nel suo caso erano amici di cui fidarsi poco, specie se avevano dimensioni equine, sguardo luciferino e carattere all’apparenza tutt’altro che giocherellone.
E adesso che faccio?, pensò. Se provo a scappare questo mi corre appresso, sicuro come la notte. E sicuro come la notte che è più veloce di me e mi fa a brandelli.
Chissà perché gli tornò alla mente un vecchio e celebre bianconero di Erwitt Eliott, quello in cui si vede un bassotto con in testa un cappellino di lana accanto agli stivali di pelle della sua padrona e, dall’altro lato, le lunghe zampe di un altro e misterioso cane di ben altra taglia, il tutto ripreso ad altezza della strada.
Ecco, gli sembrava che questo potesse essere il cugino inselvatichito e spietato di quel cane misterioso. E lui il bassotto, senza nemmeno il cappellino sulla testa.
Il cagnaccio cominciò a ringhiare. Più che minaccioso, adesso il suo aspetto appariva crudele, la versione canina di un demone del male.
– Buono, buono, so… sono amico tuo… – se la giocò lui, per nulla convinto che le sue maniere suadenti avrebbero blandito quell’ammasso di peli e muscoli e zanne che continuava a fissarlo con un’espressione che gli diede modo di leggere inequivocabilmente i suoi pensieri. C’era scritto: ma chi ti credi di prendere per il culo?
Dal ringhio di prima, già sufficientemente preoccupante, il cane passò ad abbaiare in modo apertamente aggressivo. Tommaso lo vide alzarsi di scatto sulle zampe pronto a spiccare un balzo in direzione della sua giugulare.
– Ciccio, vai via!
Una vocina, che pareva quella di una bambina, ma che si rivelò essere quella di una ragazza minuta e un po’ impacciata, si era levata da una delle finestre del vicolo.
– Ciccio, vai via, ti ho detto! – ripeté la ragazza, stavolta con un tono più perentorio e accompagnando le parole con un gesto della mano.
Con grande stupore di Tommaso, il cagnaccio se la svignò con la coda tra le gambe, senza nemmeno accennare a un qualche genere di reazione.

(continua…)

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