Il silenzio e la verità

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Mi viene in mente il silenzio. Quel silenzio che ci appartiene, ci contiene, ci guida e amplifica le parole che l’anima sussurra. Altrimenti come potremmo ascoltare quello che l’istinto, la ragione, la storia, il tempo, l’anima ci suggeriscono? Come potremmo, senza il silenzio, trovare il coraggio di guardarci intorno?

Nei momenti peggiori della storia collettiva, vorrei che si abbassassero i volumi, vorrei che chi grida fosse messo a tacere, che chi strepita fosse ridotto al silenzio. Vorrei non sentire nient’altro che il silenzio.

Perché il silenzio spaventa, l’ho scoperto nei giorni del lutto. Perché ci obbliga a guardare dentro, intorno, ci obbliga a guardare avanti. Eppure la risposta è proprio nel silenzio.

Cos’altro c’è da raccontare? Quale altro dettaglio intimo dobbiamo ancora divulgare? Nei giorni del lutto, tutti si affannano a riempire il vuoto con le parole, parole di cordoglio, di accusa, di consolazione, di rivalsa, di vendetta, di paura. Tutti vogliono catturare i segreti di case crollate, di volti terrorizzati. La sfera privata è distrutta e tutto diventa pubblico.

Valanghe di parole che seppelliscono i fatti. I fatti non ci sono più, ci sono le narrazioni dei fatti, ci sono le parole che strillano prive di significato. E la verità? La verità per la quale dovremmo lottare, perché senza la conoscenza della verità non siamo che fantocci in balia del mare? La verità si dissolve in milioni di piccole e ostinate verità putative. “Io penso che…”, “mi sembra che…”, “secondo me…”, periodi ipotetici, nient’altro.

Così la verità diventa un abbaglio, i fatti, accaduti nella realtà del qui e ora, si confondono, ci vengono a noia come qualunque altro spettacolo propinato all’infinito. Nel momento in cui crollano i baluardi del privato e il fatto intimo diventa pubblico, scompare la compassione. Non soffriamo più insieme a nessuno, non comprendiamo più il dolore, semmai vogliamo entrare a tutti i costi tra le schiere dei commentatori, degli osservatori, degli sbandieratori di solidarietà. A dispetto di qualunque deontologia e di qualunque regola, comprese quelle che normano la lingua standard. Cosa rimarrà della notte del 24 agosto? Forse, non ci resterà che un flebile ricordo, una manciata di fotografie ritoccate e una litania infinita di frasi fatte e figure retoriche.

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