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L’orologio astronomico di Praga

Il tempo di Babilonia, il tempo degli astri, il tempo delle battaglie e delle rinascite. Il tempo degli uomini, che scandisce la vanità, l’avarizia e il piacere. Il tempo che rinasce al canto del gallo per essere raccontato dal filosofo, dal cronista e dall’astronomo temendo la spada fiammeggiante dell’Arcangelo e sperando nella sua giustizia. Premono i santi per pararsi in processione, si muovono gli ingranaggi, le sfere ruotano, scandiscono il tempo, lo fermano in un minuto. Una processione grottesca di fantocci, nella quale spicca lo scheletro che suona la campanella e strappa un sorriso amaro ogni volta.

Allegorie di morte, di passioni vacue, di giuramenti traditi, di strade mai percorse, di possibilità mai avute. Le leggende affollano la torre del municipio della città vecchia di Praga, leggende cupe, stridule, agghiaccianti, grottesche. Leggende infernali strappate alla tradizione orale.

Ogni ora, dalle 9 alle 23, l’elaborato meccanismo dell’orologio astronomico di Praga non solo segna il tempo, ma lo ferma. Lo cristallizza in quella fantasmagorica rappresentazione della processione delle figurette di legno che si succedono da destra e da sinistra. Lo scheletro apre il sipario, il gallo lo chiude.

La gente si affolla, guarda in alto, trattiene il fiato allo scoccare dell’ora per assistere alla scena immutabile. Quando la parata finisce, scoppia un applauso fragoroso tra i turisti che si lasciano stupire.

Il tempo di Babilonia risuona come una perla che cade, è il tempo della poesia che si srotola come un filo dalla notte dei tempi, si lega al tempo delle stelle, guizza come una cometa tra gli astri e si dona agli uomini che non sanno cosa farsene di una perla che cade.

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