La più bella vacanza di sempre

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Sharm el Sheik, Miami Beach, Santorini, Mykonos, Seychelles, Maldive, Hawaii, Saint-Tropez, Palma di Maiorca, Menton, Bora Bora, Playa del Carmen, Ibiza, Tenerife, Cancun, Bahamas, Santo Domingo, Creta.

Queste solo alcune delle mete turistiche nelle quali Remo ha soggiornato con la sua famiglia. Ora sfoglia l’album dei ricordi, l’estate precedente sembra così lontana… Già, l’estate precedente, l’ultima occasione in cui aveva avuto l’illusione che oramai la sua vita si fosse incanalata verso un meritato successo. E d’altronde nessuno avrebbe potuto immaginare il contrario.

Remo, manager stimato, prestava servizio per una delle più grandi multinazionali del petrolio. Non era nelle sue previsioni che di lì a poco, nell’autunno per l’esattezza, l’azienda avrebbe ridotto l’organico e lui sarebbe stato licenziato. Lo aveva nascosto a moglie e figli fino all’ultimo, perché fino all’ultimo aveva sperato che non fosse vero. Poi, però, aveva dovuto farsene una ragione. E intanto era arrivata una nuova estate, la prima da illustre disoccupato.

Non moriva di fame, ma doveva tagliare i costi. Non era preoccupato per sé, in fin dei conti era partito da zero rimanendo umile negli anni, ma della reazione della sua famiglia, abituata a vivere in condizioni agiate. Più per fare qualcosa che per rimediare, aveva prenotato per quindici giorni, spuntando un buon prezzo, un appartamento con vista mare a tre quarti d’ora circa da casa sua. «Tu sei matto, non ci pensare proprio! Piuttosto mi carico i ragazzi e me ne vado da mio fratello in Valle D’Aosta». E lei così aveva fatto.

Remo sembrava un barbone. Si era alzato tardi dal letto, tanto da solo non doveva rendere conto a nessuno. Pensava ai suoi cari e sperava dal profondo del cuore che stessero bene in Valle D’Aosta. Guardò il cellulare, nemmeno una chiamata. Non era andato al mare, non gli importava dell’appartamento pagato, sarebbe stato ancora più triste per lui starsene lì da solo. Intanto ci aveva già rimesso tre giorni di affitto. Si aggiustò alla meglio, prese la sua auto parcheggiata nel garage e si diresse verso il centro commerciale per comprare qualcosa da mangiare. I titolari della struttura avevano messo a disposizione dei bambini un laghetto magico dove poter scorrazzare con piccole moto d’acqua.

L’unica regola per accederci liberamente era lo scontrino che i genitori avrebbero dovuto esibire come prova di acquisto presso un negozio qualsiasi del centro commerciale. Remo si stava divertendo, pensava anche ai suoi figli oramai diventati grandicelli. Ad un certo punto arrivò una famiglia, mamma, padre e figlio di sette, otto anni che lui conosceva di vista. Erano poveri e disoccupati, abitavano in un tugurio in un paese vicino al suo. Il bimbo si mise in fila con gli altri per giocare nel laghetto. Quando toccò a lui fu rispedito indietro perché i genitori non avevano capito come funzionava e nemmeno avevano scontrini da esibire. Remo guardò il bambino il cui musetto prima tremò un po’ e poi si aprì in un pianto dignitoso, senza strilli, un pianto fatto di sole lacrime, un pianto dettato dall’abitudine alle rinunce. Remo si girò verso gli altri bambini che ridevano e notò la differenza con il piccolo che piangeva. Poi seguì con lo sguardo la famiglia che si allontanava e si sentì una nullità. Ma durò un attimo, perché venne avvolto da un fuoco vivo. Senza indugiare raggiunse la famiglia e il colloquio che ne seguì rimase un loro segreto.

Remo aveva preso a cuore i suoi nuovi amici. Li aveva accompagnati al mare, nella casa che aveva affittato per sé e la sua famiglia. Addirittura era riuscito a strappare alla padrona la promessa di affidare i lavori di manutenzione dei suoi appartamenti al suo nuovo inquilino che, quando non era disoccupato, faceva il muratore.

Un paio di giorni dopo, Remo andò da loro con l’intenzione di passare una giornata insieme, ma quando dal lido intravide il bambino che giocava felice sulla spiaggia a pallone con il suo papà, se ne tornò alla sua macchina e se ne ripartì lasciando quella famiglia libera di sognare. Istintivamente si guardò allo specchietto e, attraverso le sue lacrime di commozione, vide un altro uomo. Poi squillò il suo cellulare.

«Papà ti vogliamo bene, ci manchi tanto».

«Anch’io ve ne voglio, ma la mamma…», e non riuscì a terminare la frase.

«La mamma pure te ne vuole. Però, papà, perché non ci hai detto subito come stavano le cose?».

«Già», pensò Remo, «perché non ve l’ho detto subito?».

Chiuse la conversazione. Si accesero le prime luci della sera, Remo abbassò la basculante del suo garage. Poi calò il sipario sulla sua più bella vacanza di sempre.

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