Perchè non sto mai zitta

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di Laura De Santis

Il meno che possa dire a mia discolpa è che non ho mai capito quando fosse il momento di tacere. Mio nonno lo diceva sempre “stai zitta, nipote mia, che ci fai più bella figura”. Oggi lo so, aveva ragione lui. Sarebbe stato meglio tacere. D’altronde non è colpa mia se a quarant’anni mi sento esattamente come quando ne avevo diciassette. Che ci posso fare? Non è che ho la sindrome di Peter Pan al femminile. No, è proprio la vita che ho fatto che mi ha impedito di crescere. Ho studiato per alcuni decenni, un paio diciamo, poi ho anche cercato di inserirmi nel mondo del lavoro, ma con risultati sempre molto discutibili almeno sotto il profilo economico.

Risultato sono rimasta a carico della mia famiglia d’origine fino ad oltre i trent’anni. Poi, non so come sia stato possibile, mi sono accompagnata con un altro ultratrentenne che per giunta è anche un informatico, quindi è inevitabile che sia anche un po’ disadattato socialmente. Insomma, insieme facciamo tante cose stupide: andiamo al cinema, andiamo a mangiare la pizza, a volte anche a mangiare il gelato. Se abbiamo del tempo libero, in modo del tutto disorganizzato, saliamo in macchina e andiamo da qualche parte. Ci dirigiamo verso luoghi microscopici sulle mappe satellitari dove troviamo sempre motivi di attrazione e di interesse. Peccato che lo siano solo per noi. Nemmeno i residenti comprendono perché siamo proprio nel loro paese e non in un altro.

Giochiamo anche io e il mio compagno, giochiamo a carte, ma on line, mai in coppia però. Insomma la nostra vita potrebbe apparire tristissima, ma per noi è bellissima. Salvo il fatto che se viene a trovarci qualcuno pensa di essere finito nella tana di almeno quattro universitari maschi e di origini calabresi. Invece, tutto quello sporco lo produciamo solo in due. Ma noi siamo fatti così. Sono i difetti ad unirci per sempre. E il disordine è una conseguenza diretta della nostra alchimia di coppia. Comunque quella sera avrei davvero dovuto tacere. Il silenzio è la migliore arma. Non so chi lo dicesse ma aveva proprio ragione. Siamo andati a cena da amici. A differenza nostra loro hanno ormai figli prossimi alla pubertà e ci guardano con quella specie di indulgenza affettuosa che ti rivolgono le zie quando indossi le calze smagliate ad un matrimonio. Eppure ci diverte tanto andare a trovarli. Ci piace sentirci l’attrazione della serata.

Il mio compagno con il capo chino sullo smartphone risponde a monosillabi a domande inesistenti e io faccio domande sui detersivi che usano le altre convitate. Ho una cultura in materia. Non li uso molto i detersivi ma li conosco tutti e sono il pezzo forte delle conversazioni con le donne della mia età. L’altra sera c’era una nuova coppia candidata a soppiantarci. Lui fotografo dinoccolato e barbuto e lei… acida, saccente ed eccentrica con una acconciatura tale che avrebbe potuto ospitare anche un gatto sotto i capelli. Ci siamo annusate. E ovviamente non ci siamo piaciute. Ad un certo punto si è alzata e non ho potuto fare a meno di notare la pancia straordinariamente grande ricoperta da un vestito nero a palloncino. Ho sorriso e ho colpito: “Deve essere difficile con questo caldo essere incinte vero? Quanto manca?”. Il gelo, il silenzio, la tensione, tutte e tre si potevano tagliare con un coltello. La padrona di casa ha rumorosamente sorriso imbarazzata, l’ospite con il vestito a palloncino nero mi ha squadrata come fossi matta da legare e tutti gli altri mi hanno lanciato occhiatacce a parte il mio compagno che non si è accorto di nulla.

Ho balbettato un mesto ‘scusa, ho frainteso’ e nel tentativo di uscire dal pozzo dell’imbarazzo ho assestato il colpo definitivo: “Scusa, non avevo visto le gambe, non mi ero accorta che sono così grosse. Mi devi scusare, ti avevo vista seduta e mi sembravi così magra dal viso”. L’abito a palloncino nero si gonfia: “Ma ti sei vista? Indossi una maglia da supermercato sporca, con le macchie di unto sul petto. E vieni a dire a me che ho le gambe grosse? Ma ti rendi conto?”. A questo punto mi sono detta, va bhe l’ha voluto lei. “La mia maglia non è sporca, è usata, posso metterti le mani in testa? Che ci tieni sotto quella cofana di capelli?”. L’altra ha tirato un grido, anche il mio compagno ha sollevato la testa dallo schermo e mi ha guardata. Nel giro di pochi secondi si è scatenata una specie di rissa verbale molto al femminile. Quando ho tirato il braccio del mio compagno per andarcene clamorosamente offesi, lui mi fa: “Aspetta un attimo finisco il quadro e ce ne andiamo”.

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