Notte magica

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“Mamma, ma è Natale!”, protestò Luca asciugandosi i lacrimoni che gli scendevano copiosamente. “Lo so, ma devo andare, mi dispiace. Ci sono tante persone che hanno bisogno di me”.
“Anche noi abbiamo bisogno di te”.
“Facciamo così, domenica prossima staremo tutta la giornata insieme io, te e Luigino. Prenderemo il gelato, andremo alle giostrine. Tutto quello che vorrete. Stasera starete con zio e zia, i nonni e tutti gli altri. Lo sai che zia ha preparato tante cose buone? Passerà Babbo Natale e vi divertirete a giocare a tombola. Io sarò di ritorno domani mattina, non ti preoccupare. Sarò io stessa a svegliarvi. Che vuoi che sia una notte, una soltanto…”.
“Ma è la notte di Natale…”. Oramai Luca si era arreso, sapeva che non poteva fare diversamente.
Gemma, cercando di nascondere la faccia, abbracciò prima lui e poi Luigino che già sonnecchiava. Che ne sapevano della vita un bambino di dieci anni e uno di sei…
Lavorava all’ospedale in città come infermiera. Era l’ultima arrivata, colei che si sobbarcava i turni più duri e scomodi.
A Luca mancava la sua mamma che lavorava sempre e ancora di più il papà carabiniere morto in un incidente due anni prima mentre inseguiva alcuni malviventi. Anche lo zio Roberto, fratello di suo papà, faceva il carabiniere.


Babbo Natale se n’era appena andato senza suscitare il solito entusiasmo. Del suo passaggio restavano i pacchetti scartati per forza d’inerzia.
I nonni presero la tombola, ma nessuno ebbe voglia di iniziare. In tavola c’era tutto quello che ci doveva essere, ma non bastava. Luigino dormiva profondamente già da un pezzo, vicino alla stufa. La televisione alternava immagini di giubilo a momenti tristi. Fu uno di questi passaggi a folgorare zio e nipote, Roberto e Luca. Era la storia di un signore che aveva perso tutto, ma proprio tutto, in un attimo. Gli affetti più cari oltre ai soldi. Ora andava predicando che il Natale doveva essere un qualcosa di diverso e che era dovere di tutti uscire dalla pigrizia e di andare dove c’era bisogno di calore umano. Era presto per abdicare e il bilancio della propria vita doveva attendere.

“Sveglia, devi fare l’elfo”.
“Che devo fare?”, disse Luigino stropicciandosi gli occhi.
“Io faccio Babbo Natale”, confermò Luca, “e tu l’elfo mio aiutante”.
“E io che faccio?”, chiese la cuginetta Graziella.
“Tu farai la renna”, propose zio Roberto.
Zio Roberto telefonò all’amico titolare del supermercato del paese. “Vieni ad aprire il negozio, abbiamo bisogno di costumi natalizi. È un’emergenza”.
“Un’emergenza i vestiti?”
“Io non ti ho chiesto se ti va di aprirmi ma di venire ad aprirmi. Non è la stessa cosa”.
“Ma è Natale”.
“Ecco, appunto, è Natale. Ti do un quarto d’ora di tempo, non un minuto in più.
Nel giro di una mezzoretta presero i vestiti, un po’ lunghi a dire il vero, ma non era il caso di fare gli schizzinosi. Visto che con le buone maniere si ottengono le cose, zio Roberto ripeté l’esperimento con l’alimentari dal quale attinse a piene mani caramelle, cioccolatini, snack, biscotti e tutto quello che gli capitava a tiro, senza badare al prezzo. La breve escursione nei due esercizi commerciali costò a zio Roberto metà tredicesima. Ma oramai il più era fatto, ora si trattava solo di far digerire alla moglie Rosa quello sforzo economico che prevedeva la rinuncia, da parte di lei, all’asciugatrice tanto agognata.
Giunsero in ospedale qualche minuto prima di mezzanotte. Si incamminano lungo i corridoi; la renna stancamente, l’elfo addormentato e il Babbo Natale munito di sacco stracolmo e campanello, tenuti d’occhio a debita distanza dallo zio che, essendo l’unico della combriccola in borghese, si sentiva a disagio. Dalle stanze intorno iniziarono ad affacciarsi a bocca aperta i malati. Quelli che potevano, i moribondi non mossero ciglio. I cattivi odori si mischiavano ai buoni ma l’aria frizzantina della sera copriva tutto. Babbo Natale suonava il campanello strada facendo, tanto oramai non dormiva più nessuno. Accorsero inservienti per cercare di capire cosa fosse quel frastuono e chi osava minacciare la quiete. Già dovevano stare lì in quella notte, che almeno si rispettasse la loro angoscia.
L’elfo batteva la testa a ogni porta, di tanto in tanto inciampava al suo vestito troppo lungo. Portava sul cappello un marchingegno munito di batteria che avrebbe dovuto illuminarsi a intermittenza per fare scena, ma non c’era stato verso di farlo funzionare. A un certo punto sparì, l’elfo. L’apprensione durò un attimo, lo ritrovarono che dormiva su un letto libero, l’altro era occupato da un vecchietto che sbuffava come una locomotiva. Babbo Natale dispensò caramelle a tutti, il caposala strinse le spalle. “Tanto, se si sentono male già stanno qua”, disse riferendosi soprattutto a coloro che non avrebbero potuto mangiarle. Finalmente da una stanza uscì Gemma che si lanciò prima al collo di Luca, poi a quello di Luigino e per finire a quelli di Graziella e Roberto. Fu una gran festa. Il caposala promise a Gemma che avrebbe fatto del tutto per farle ottenere qualche giorno di ferie in più. Qualcuno asserì che nelle proprie orecchie si era intrufolata una musica celestiale mai sentita prima; altri giurarono di aver visto sfrecciare nel cielo terso la slitta di Babbo Natale trainata dalle renne e seguita da una scia luminosa dissoltasi nella notte. Il caposala si augurò di restare insieme ai colleghi disoccupato per sempre. Ma queste erano altre storie.
Ripartirono zio Roberto, la renna, Babbo Natale e l’elfo il cui cappello, dopo altre tre quattro capocciate a porte e muri, cominciò finalmente a luccicare.

Dedicato a tutti coloro che sacrificano le loro feste per permettere a noi di vivere le nostre. Certo, a ognuno il suo lavoro, ma è dalla riconoscenza che inizia un Buon Natale.

Bruno Di Placido

Volontario della V.d.s Protezione Civile di Cassino, impegnato in vari aspetti del sociale, lettore e, da qualche anno, anche scrittore con un’ambizione dichiarata: riuscire a fondere ragioneria di cui vive e prosa con la quale sogna.

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