Lo sguardo di Angelo

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di Paola Lombardi
E’ quello sguardo che lascia Angelo senza fiato. Lui non l’ha mai visto quello sguardo perché è il suo, ma lo intuisce, lo conosce e, soprattutto, sa quale effetto ha sugli altri. La vede quella istintiva e dolorosa pietà che alcuni gli rivolgono e quel misto di disgusto e di fretta che angoscia gli altri. Li vede allontanarsi ogni volta che quel suo sguardo gli affiora sul viso, vede i volti degli altri animarsi come fiammelle di un camino e allontanarsi. Quasi mai, le reazioni impresse sulle facce degli altri si tramutano in un gesto, di solito si fanno parole di circostanza, diventano sussurri inattesi e non richiesti, in qualche caso si condensano in risolini soffocati che bruciano e bruciano in fondo al cuore di Angelo.

Angelo ha un figlio, di appena cinque anni. E’ un bambino che gioca, che corre, che salta, è un bambino. Il suo bambino. Quando è stanco gli corre incontro, lo chiama a gran voce e gli salta sulle ginocchia. Angelo lo accoglie, felice, lo abbraccia, gli parla. Ma anche suo figlio lo ferisce. “Papà, adesso vado a giocare”, dice il bambino con una risatina argentina e allegra e sul volto di Angelo compare quello sguardo, quello che provoca tante reazioni sulle facce degli altri. Angelo sente che deve controllare ogni muscolo per non scoppiare in una crisi isterica, sente che deve tenersi a freno per impedirsi di dare in escandescenze, la mandibola gli batte leggermente in faccia, un movimento lievissimo di rabbia che quasi nessuno vede, ma che Angelo sente.

Vorrebbe correre appresso al figlio, vorrebbe camminare, andare, fare, vorrebbe non essere inchiodato come un insetto a pancia in su che agita tutte le sue zampette. Angelo vorrebbe andare, ma non può. Insegue suo figlio con lo sguardo e disprezza la pietà che suscita negli altri. Angelo vorrebbe correre insieme a suo figlio, giocare a pallone e invece potrebbe solo strisciare, ma sa che non ne avrebbe nemmeno la forza e resta muto a masticare la rabbia sulla sedia a rotelle.

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