La strada ha un ritmo che batte col mio cuore

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Tic. Tic. Tic. Tlac, tlac, tlac. Tic. Tic. Tic.
La strada ha un ritmo. Cadenzato, dolce e lento e poi rapido e concitato. Un ritmo che scandisce i passi, tiene a freno i passanti, raffredda lo spirito e consola i pensieri. Il ritmo concitato e poi lento è quello emanato dai sensori sonori dei semafori. Serve per dare il ritmo giusto alle persone ipovedenti. Così possono camminare da sole, senza per forza andare in giro con un accompagnatore. Le persone ipovedenti possono seguire il ritmo del semaforo, il verde è concitato, il rosso è lento. Non ho mai capito se c’è anche un suono per indicare il giallo. Io non l’ho mai sentito, non lo riconosco. Non riconosco mai il giallo, nemmeno quando lo guardo. Non alzo mai la testa in quel momento. Seguo il ritmo e mi rilasso. Come fossi cieca, come fossi un passante ipovedente. A volte, sono cieca. Non vedo la realtà, non vedo dove metto i piedi.

Tic. Tic. Tic. Tlac, tlac, tlac. Tic. Tic. Tic.
Se avessi visto la realtà, se avessi guardato bene, invece di chinare la testa ad ogni passo, se non mi fossi distratta inseguendo il volo dei gabbiani, se avessi deciso di guardare… se semplicemente avessi visto… Non credo di avere voglia di piangere. Seguo il ritmo della strada, mi fa sorridere. La mia cecità mi fa sorridere. Il mio non voler vedere mi fa sorridere. Lo chiamano il senno del poi. Io preferirei usare la parola consapevolezza. Il cuore della strada batte al ritmo del semaforo. Il mio cuore batte più in fretta.

Tic. Tic. Tic. Tlac, tlac, tlac. Tic. Tic. Tic.
Adesso, scatterà il verde, il ritmo si farà incalzante e io correrò. Corro a casa. Corro da lui, corro dalla sua faccia ipocrita e meschina. Corro da lui con un fiore in mano, corro da lui per dirgli che non sono poi tanto cieca. Corro da lui per ricordargli che è niente senza di me. Corro da lui per dirgli che si sbagliava sul mio conto. Corro da lui per dirgli… corro da lui e me ne vado. Corro da lui e lo guardo negli occhi. Corro da lui e basta.

Tic. Tic. Tic. Tlac, tlac, tlac. Tic. Tic. Tic.
Aspetto il rosso, il ritmo lento della tregua, il ritmo placido dell’attesa. Resto fermo, con i miei occhi aperti e la mia mente cieca. Resto ad aspettare che l’onda passi, la furia svanisca e il deserto si faccia largo tra le mie mani. Cosa corro a fare a casa? Tanto lui, con la sua faccia ipocrita e bugiarda, non ci sarà. Sarà con l’altra, sarà con qualcuna che non sono io. Aspetto il rosso e rilasso le spalle. Seguo il ritmo della strada e lascio il mio cuore battere all’unisono con un dispositivo. Mi tengo la mia cecità e attraverso le mie fantasie. Seguo il ritmo della strada e piango un po’.

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