La partita

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di Laura De Santis

Di calcio non ne aveva mai nemmeno sentito parlare. Carlotta non sapeva niente di quel gioco seguito da milioni di persone in ogni angolo del globo. Nella sua famiglia un pochino radical-chic il calcio era ritenuto uno sport popolare sì, ma solo uno sport e nemmeno tanto interessante.

Nell’infanzia di Carlotta c’erano stati il tennis, lo sci, l’equitazione, la ginnastica ritmica e qualche lezione di tiro con l’arco, ma di palloni nemmeno l’ombra. Il papà di Carlotta riteneva il calcio uno sport troppo di massa per essere anche solo commentato e la mamma preferiva dedicarsi ad altri sport, sicuramente più estremi, come lo shopping con la carta di credito.

Nel mondo di Carlotta nessuno aveva interesse per quello sport che teneva incollati agli schermi milioni di uomini e donne di tutte le età. Con un sorrisetto di sufficienza e la sua naturale aria un pochino snob, Carlotta compativa i tifosi e ne disprezzava apertamente i modi. A differenza di altri della sua cerchia, a casa di Carlotta si snobbava il calcio anche in occasione dei mondiali. Ma il destino è sempre lì ad attenderci al varco con scherzi che nemmeno un prete! L’estate della maturità tutta l’Europa era paralizzata dalla sfida calcistica.

Non si parlava d’altro, tranne che a casa di Carlotta. Eppure… la ragazza finì con l’innamorarsi del figlio del dentista. Il giovane aveva caratteristiche molto esotiche per Carlotta, ad esempio parlava con un forte accento dialettale e tifava da sempre per la ‘magggica Roma’ come diceva lui. Carlotta ne era innamorata al punto da non accorgersi di queste differenze che in altre occasioni l’avrebbero fatta inorridire.

Fu così che una sera, il suo ‘ragazzo’ decise di invitarla ad un evento strabiliante: a vedere la partita dell’Italia. Superando le ostilità della sua famiglia e l’ironia tagliente delle sue amiche, Carlotta precipitò negli inferi della classe media. Al seguito del suo innamorato si avviò a varcare le soglie della periferia più estrema, in un parco dove qualcuno aveva montato un maxi schermo per seguire i 90 minuti fatali. Venditori di gelati, patatine e panini, di bibite fresche, bambini vocianti, genitori urlanti, ragazzine in minigonna, ragazzi adrenalici e anziani in canottiera formavano la variegata e rumorosa platea. L’afrore umano colpì le narici di Carlotta come fossero in un cinema chiuso, si sentì smarrita e si rivolse preoccupata al suo Virgilio implorandolo di riportarla a casa.

Ma il ragazzo non capì nemmeno le parole. La zittì con un gesto inequivocabile e la fece sedere di forza accanto a sé. Al fischio di inizio, si fece il silenzio. Tutti fissarono lo schermo. Carlotta si sentiva come prigioniera di una follia. Tra sé rimuginava che non avrebbe più rivisto quel ragazzo con la camicia sbottonata e sudato che le sedeva accanto. Poi, avvenne qualcosa di strano.

Carlotta non capiva, ma si sentì invadere da un’onda irrefrenabile che si sprigionava da tutti quei corpi intorno a lei. Come fossero un uomo solo saltarono tutti in piedi gridando con una sola voce “goooollll”. Il suo ragazzo preda di una terribile euforia la sollevò di forza e la baciò con intensità.

Tutti si abbracciavano e ridevano. Tutti in piedi urlavano per la gioia. Una felicità soprannaturale che pervase anche Carlotta. Si scoprì a ridere come una pazza e a gridare anche lei. Poi, l’azione del gioco continuò e Carlotta iniziò a seguire un pochino. Capì che gli azzurri erano i giocatori italiani e imparò a riconoscere il portiere. Al secondo gol esultò a tempo con gli altri. Ora capiva perché milioni di persone tifavano per quegli undici ragazzi in calzoncini che correvano all’impazzata. La partita finì con una vittoria schiacciante per la nazionale. Carlotta omise di raccontare il suo coinvolgimento per il calcio in famiglia. Da quella partita, però, molte cose cambiarono nella sua vita e il calcio divenne una sua passione proibita.

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