La coscienza di Bruno

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La coscienza di Zeno è un romanzo di Italo Svevo.

Il protagonista, Zeno Cosini, racconta la sua vita soffermandosi in particolare sulla dipendenza da tabacco dalla quale non riesce a liberarsi. Ogni volta che fuma annota sul diario la data con la scritta U.S., “Ultima Sigaretta”. Dopo numerosi fallimenti l’incallito fumatore si rende conto che il rimandare è divenuto per lui un’esperienza piacevolissima e così continuerà a riempire di U.S. ogni spazio bianco. La coscienza di Bruno, invece, è un mio racconto, questo racconto. Il mio non è un tentativo di imitare il grande scrittore, ci mancherebbe. Tuttalpiù mi sento vicino a Zeno Cosini.

È lunedì. Giro il caffè e lo bevo tutto d’un fiato. Poi accendo la mia sigaretta e la tiro fino all’ultimo, fino al filtro. Mi fermo un attimo a guardare l’indice destro ingiallito dalle tante bionde fumate negli anni. Poi con lo stesso dito stringo la penna e, nello spazio predisposto dall’autore del libro che mi ha incentivato a smettere, annoto “U.S.”. Accanto orario e data. Sono le 10.30 del 4 giugno 2007.

Quale fumatore non ha mai pensato di smettere di fumare almeno una volta nella sua vita? E perché alcuni ce la fanno e altri no?

Questo non lo so, ciò che posso fare è raccontarvi come ci sono riuscito io.

È stato, come sempre, un libro a fare la differenza. Certo, ho dovuto travagliare, ma ne è valsa pena.

Quando ho smesso con le sigarette, ho smesso anche con i caffè perché per me andavano insieme, sempre, come il cacio con i maccheroni. Poi, però, con i caffè ho dovuto ricominciare, perché entrare nei bar solo per andare al bagno senza consumare qualcosa che non fosse carta igienica, acqua e sapone non mi sembrava corretto nei confronti dell’esercente. Ma per arrivare a questo compromesso ho dovuto fare i conti per anni con la mia coscienza.

Forse la mia voglia di smettere di fumare risaliva ad ancor prima di cominciare.

Ne fumavo un pacchetto da venti al giorno. Provai a ridurre la quantità, iniziai a comprare i pacchetti da dieci. Ne compravo due al giorno. Capii che due per dieci faceva venti, esattamente come uno per venti. Poi mi ricordai che anche la benzina aveva un costo e così tornai al pacchetto da venti.

Successivamente decisi di fumare a orario. Funzionò per un po’, poi tutto saltò allorquando mi confusi nel passaggio tra l’ora solare all’ora legale. Poi misi la sigaretta come fosse un premio alle mie azioni. Deleterio considerare una droga come premio, un pessimo concetto per poter smettere. Lasciai perdere pure questo modo di fare.

Smisi di nuovo per qualche mese e durante quel periodo mi accorsi di avere un amico tentatore. «Non puoi finire una cena così bella senza sigaretta», mi annunciò. Provai a resistere, poi mi lasciai andare. «Dammene una!», gli dissi. Era il periodo in cui si andava formando la mia coscienza. Le cattive compagnie non erano quelle che mi hanno portato a fumare, ma quelle che non mi consentivano di smettere. Decisi di stare alla larga da loro, ma poi lessi Seneca il quale mi ricordò che sebbene l’uomo saggio è colui che non sfida la sorte, è anche vero che comunque sa come comportarsi al suo cospetto. E così tornai a frequentare le cattive compagnie accontentandomi, per un po’, di una massiccia dose di fumo passivo. Ho iniziato a fumare per sentirmi grande, forse. Ho iniziato a respirare quando ancora mi giungeva l’eco del mito di Humphrey Bogart. Se un’icona del cinema fumava voleva dire che potevo farlo anch’io. Il problema è che le cose che più piacciono a volte sono anche quelle che fanno più male. Le donne, il cibo, i soldi, l’alcool. Ce n’era una di sigaretta, quella buona, che se avessi fumato solo quella sarei stato bene. Ma succede che poi non ricordi più quale sia quella buona, la confondi con le altre che tiri una dopo l’altra.

Nonno mi comprava le sigarette e mentre me le dava mi diceva che non avrei dovuto fumare perché il fumo faceva male.

Ero magro a quel tempo. Buttai pacchetto e accendino e mi misi a mangiare come un lupo. Ingrassai. Conobbi una ragazza e ottenni da lei un mezzo appuntamento. Quella mattina uscii dalla doccia e sostai davanti allo specchio. Era da tempo che non mi guardavo allo specchio. Intravidi due gambe da fenicottero che sostenevano una pancia alla Bud Spencer. Guardai meglio, poi mi vennero in mente le parole di mia nonna. «Lo specchio ingrassa», sosteneva lei. «E già!», borbottai io, «ingrassa solo la parte di sopra. E quella di sotto no?». Avere un mezzo appuntamento è come una mezza sigaretta, non serve. O tutto o niente. Capii che non avrei potuto continuare così e infatti ricominciai a fumare. Di lì a poco

riequilibrai le mie proporzioni e, tra una sigaretta e l’altra, continuai a leggere. «Per eliminare una cattiva abitudine bisogna sostituirla con una buona», recitava un tizio di cui mi sfugge il nome. Svuotai tutti i tabacchini della mia città, caramelle e cioccolatini mi sembravano buoni. Ma mi resi conto che occorreva qualcosa di più forte, come le caramelle alla menta per esempio. Il sapore di menta forte cominciò a mischiarsi alle cipolle dell’insalata che divoravo con nonno e all’aglio della bruschetta di nonna, una micidiale miscellanea di odori che spandevo per casa senza accorgermene. Una sera, dopo un rapido sguardo di intesa con mia madre, mio padre estrasse dal suo portafoglio ventimila lire, una discreta somma all’epoca, e allungandomela mi disse: «Tieni, comprati le sigarette per piacere!». Passa qualche anno, smetto di combattere. Il nemico è troppo forte, ma dentro di me è sempre vivo il desiderio di smettere. C’è chi sostiene che una volta iniziato non si smette mai. Io dico che una delle cose che maggiormente dà fastidio all’animo umano è accettare di non poter fare mai più una determinata cosa. Vale per il fumo, vale per tante cose. Sono passati tanti anni da quando fumavo per sentirmi grande, e ora che sono grande solo sulla carta d’identità, vi regalo questo mio racconto. Spero che possa strapparvi un sorriso oppure un incentivo a provare di smettere per qualcuno. In fondo navighiamo tutti sulla stessa barca. A chi vuole continuare a fumare dico peggio per lui con un sorriso, ma avrà anche tutta la

mia solidarietà. Intanto ho messo a posto la mia coscienza nei vostri confronti. Mi accorgo ora che non vi ho detto come ho smesso. Ho smesso come vi ho raccontato, ho smesso da un giorno all’altro. È successo all’improvviso, quando meno me l’aspettavo. La soluzione è sempre alla nostra portata, cresce nelle nostre vicinanze, si nutre della nostra ombra. C’è un momento in cui ti rendi conto che le azioni partono dal cervello e che come ti poni nei confronti della vita è sempre una questione psicologica.

Ecco, io ho smesso di fumare in quel preciso istante. Oggi, a distanza di dieci anni, posso dire con certezza che la sigaretta non mi manca. Ciò che mi manca sono le persone al tempo della sigaretta. Ma questa è un’altra storia.

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