Il nostro triste addio

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di Paola Lombardi

“Potremmo sempre andare a vendere il kebab in Afghanistan oppure il gulash in Ucraina”.

Questa proposta sì che mi ha fatto ridere, eppure in questo momento c’è molto poco per cui ridere. Siamo stati una squadra, affiatata ma anche litigiosa, in cui il buon senso ha prevalso sempre e insieme abbiamo lavorato. Le divergenze non hanno mai preso il sopravvento e adesso facciamo i conti con noi stessi.

Ognuno per la propria strada.

Siamo tornati dopo una settimana dal licenziamento nella nostra sede decentrata. Ci siamo dati appuntamento tutti e quattro e io sono arrivato in ritardo. Non avevo niente da portare via. Niente di personale se non qualche documento e nient’altro. Non personalizzo mai i posti in cui lavoro per pigrizia e per scaramanzia. Perché penso sempre che se mettessi un portapenne magari poi mi licenziano. Stavolta non è servita la scaramanzia. La ditta si è eclissata. E’ diventata silente. Il datore di lavoro si è disinteressato della nostra sorte. Così di punto in bianco, la sede centrale si è svuotata e noi quattro siamo rimasti alla deriva. Sembriamo quattro atolli che si muovono incontrollabilmente.

Qualcuno piange, qualcuno spera, qualcuno ghigna e qualcuno è depresso, come si portasse dietro una ferita mortale proprio al petto. Non ci hanno dato spiegazioni. Il telefono ha smesso di suonare, la rete internet è stata bloccata e non abbiamo avuto più i mezzi per comunicare con la sede centrale. Il silenzio ci ha avvolto affidandoci al nostro destino. Senza stipendio, senza lavoro. Con la porta che si apre perché le persone vedono la luce accesa e vengono a raccontarci le loro storie e noi che non sappiamo più che cosa farcene. Cosa accadrà di noi? Non lo sappiamo. Dopo una settimana di silenzio e di vuoto abbiamo deciso di scrivere la nostra lettera annunciando le nostre dimissioni.

Speravamo in una risposta. Segretamente nel fondo dell’anima speravamo che qualcuno ci chiamasse per dirci cosa stava accadendo, che qualcuno riconoscesse i nostri sforzi e i frutti del nostro lavoro e ci lanciasse una scialuppa di salvataggio. Non è successo. Le dimissioni sono diventate effettive. E adesso non sappiamo nemmeno a chi riconsegnare le chiavi di questa sede decentrata. Abbiamo ritirato tutto, riposto le provviste che abbiamo accumulato temendo sempre tempi peggiori, i cimeli del nostro lavoro, le bottiglie di liquore per rendere più confortevole il nostro soggiorno.

Abbiammo rivisto passare tutti i nostri ospiti. Il ragazzo polacco in pellegrinaggio a piedi che ci ha venduto una piantina in cambio di pochi euro che ancora sopravvive, le mille storie che abbiamo raccontato, i volti di tutti coloro che hanno preferito noi a tutti gli altri. Gli amici, i sodali, i nemici, gli iettatori che pure ci sono stati, gli ospiti fissi, gli aperitivi delle sei e poi quelli delle sette. Le nostre paure, le tensioni, le angosce, le ansie, ma anche le speranze e i momenti di soddisfazione che abbiamo celebrato brindando con la birra perché in fondo restiamo sempre proletari.

Oggi siamo atolli alla deriva, ognuno con la propria sacca sulle spalle pronti ad uscire da queste quattro mura. Non resterà nulla dietro di noi, non lasceremo nulla. O forse sì, forse possiamo illuderci di aver lasciato un segno. Quello che è certo è che domani non ci saremo. Domani saremo altrove. Forse hai ragione tu, andremo a vendere il kebab in Afghanistan oppure il gulash in Ucraina. Hai visto mai? potremmo anche avere successo. In fondo ai disastri ci siamo abituati.

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