I pensieri di un uomo mite

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Di Laura De Santis
Tutti pensano che io sia una persona mite. E lo sono. Anzi lo ero.
Da quando ho perso il lavoro, da quando mi hanno licenziato senza darmi tante giustificazioni, riempio il mio tempo facendo le file. Mi piacciono le sale d’attesa. Le poltrone comode, il caldo in inverno e il fresco in estate, il silenzio che pervade queste stanze che sembrano ponti sospesi sul nulla. Resto in silenzio e faccio la fila. Vedo le persone sfilare davanti ai miei occhi e mi chiedo che lavoro facciano. Molti mi sembrano arroganti, insulsi e incapaci. Ma ostentano abiti firmati, scarpe di lusso, orologi e bracciali e, quindi, mi dico: sicuramente avranno un lavoro importante.

Io non ho fretta nelle sale d’attesa e se mi capita dico ad altri di precedermi e io aspetto. Mi guardano con sospetto quando dico: “Prego, vada pure”. Chissà cosa penseranno dentro quei piccoli cervelli da homo sapiens sapiens. Chissà perché a tutti sembra strano che io non sbraiti per entrare per primo, per far rispettare la fila.

Io aspetto, perché non ho altro da fare. Da quando mi hanno licenziato cosa mi resta? Il lavoro era tutta la mia vita. Vivevo per lavorare, lavoravo anche dieci ore al giorno, senza mai lamentarmi. Lavoravo perché mi piaceva lavorare. Mi piace anche adesso. Ma adesso non devo andare a lavorare.

Non mi resta molto. Le sale d’attesa mi restano dove resto in silenzio, con le gambe accavallate, i miei pantaloni migliori ben stirati, le mie mani curate, il mio volto rasato, i miei occhi nascosti dietro gli occhiali. Frequento soprattutto la sala d’attesa del medico, dell’ufficio postale, a volte, anche quella della banca. Altre volte vado in Comune, aspetto davanti l’ufficio dei servizi sociali.

Io lì non entro, ma resto a guardare gli utenti. Quella massa informe di uomini, donne e bambini vocianti che scalpitano e strepitano per essere ricevuti. E poi perché lo fanno? Per andare a raccontare a qualcuno, che non potrà fare nulla, che loro non riescono a vivere, non ce la fanno ad andare avanti. Lo fanno per sfogarsi, per attribuire la responsabilità della loro condizione a qualcun altro.

Dietro la mia parvenza impeccabile, nascosto dal buon profumo del mio dopobarba, si celano i miei pensieri. Da quando mi hanno licenziato, frequento le sale d’attesa e immagino scene rassicuranti che placano la mia frustrazione e la mia delusione. Immagino schiere di disperati, di utenti dei servizi sociali scendere in piazza. Immagino orde di nullatenenti scagliarsi contro dirigenti e impiegati. Sogno di vedere squadre di senza fissa dimora saccheggiare i negozi del centro. Sogno che siano loro a vendicarmi.

E sorrido a volte, con condiscendenza, accarezzando questi pensieri nella mia mente. Tutti pensano che io sia un uomo mite.

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