Gli ospiti fissi

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di Laura De Santis
I bar di paese hanno tanti pregi e un grande difetto, gli ospiti fissi. Gli ospiti fissi di un bar di paese, di solito, hanno un grande difetto, raccontano sempre lo stesso episodio della loro stessa vita, pur avendo grandi pregi. La tendenza all’amarcord è insita nei clienti fissi del bar di paese. A volte, a sera inoltrata, quando le birre e gli amari consumati sono un cumulo di emozioni evaporate, sembra di entrare in un museo multimediale. Manca solo il fascio di luce ad illuminare ognuno dei personaggi seduto al proprio tavolo e con il proprio bicchiere in mano. Ognuno osserva un punto preciso sul pavimento e ognuno racconta una storia.

Nessuno ha bisogno di un pubblico per raccontarsi, ma ognuno di loro, non appena compare un avventore nuovo alza il tono di voce e quella che sembrava una litania scomposta diventa una storia a tutti gli effetti. Peccato che gli ospiti fissi del bar di paese non pensino di ricominciare da capo il loro racconto quando arrivano nuovi clienti. Sembra di entrare al cinema, a film già iniziato, quando bisogna fare uno sforzo per ricostruirne la prima parte che non abbiamo visto.

“Quando ci sono stato io, c’erano tante belle ragazze e c’erano i tassì che sfrecciavano senza fermarsi. Però mangiano proprio male i francesi. Ci tornerei anche subito là, sono stato uno scemo a tornarmene a casa che sto a fare qua?”, fa il gesto di brindare con un amico immaginario un quarantenne rimasto senza lavoro che racconta sempre di quando è andato a Parigi. “Ma che devo fare? Mica posso andare a lavorare per dieci ore e me ne pagano solo quattro! No, io non mi piego. Adesso vado a parlare con quelli del sindacato, magari mi aiutano loro. Però così come faccio? Se fossi andato a fare il servizio militare… Magari adesso stavo nell’esercito”, si sente dire dal tavolo sotto il porticato dove a cinquant’anni suonati un uomo rimpiange la scelta fatta a vent’anni. “Io l’ho visto – grida senza che nessuno l’abbia contraddetto – un uomo dall’età indefinibile – l’ho visto ti dico! Io lo so come è fatto quell’animale, hai capito? Il dromedario ha una gobba sola e il cammello ce ne ha due. Ma sapessi come corrono” e sorride, come un bambino, nel ricordare quell’animale che ha visto correre nel deserto.

Ogni tavolo sembra la stazione di una radio, dove ognuno è lo speaker di se stesso e dove la scena si ripete con la stessa intensità come fossero tutti attori professionisti. Gli avventori occasionali a volte ridono, altre scappano a gambe levate, ma gli ospiti fissi del bar di paese non se ne accorgono nemmeno. Per loro è importante raccontarsi, non è necessario avere un pubblico.

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