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Un anno che sarà…

Gennaio, il primo mese dell’anno, mette in moto una serie di aspettative da realizzare al di là del nostro sguardo. È un mese magico perché segna un passaggio, un ponte che lega il vecchio al nuovo. Non a caso è il mese dell’anno legato a diverse divinità e rispettive simbologie, alle quali gli antichi si affidavano per sacralizzare l’anno nuovo e gli eventi quotidiani, rendendo ogni momento dell’anno una pura rappresentazione dall’aspetto magico.

Il nome Gennaio deriva da Giano, divinità romana bifronte, il quale guarda sia al passato che al futuro, all’anno vecchio e al nuovo ma significa anche ianua, “porta” nome legato all’antica forma Dianus, in riferimento alla dea Diana e quindi anch’esso derivato dalla stessa radice di dies, giorno. Non a caso gennaio è preceduto dalla Luce del Natale, dal solstizio d’inverno, e prima ancora dalla festa di Santa Lucia, data sacra perché segna l’inizio del calcolo delle cosiddette calemme, ovvero le calende greche. Durante il mese di gennaio si allungano le giornate e la luce del sole disegna il suo percorso sulla terra regalandoci magici giochi di luce e colori che vedranno il loro culmine a febbraio, precisamente il giorno della candelora. È un periodo dell’anno molto utile per i riti propiziatori, sia di fine che di inizio anno nuovo. Ogni rito è legato ad un mito, ed ogni mito è legato ad un gesto, ad una simbologia, ad un racconto. Si generano in questo periodo dell’anno delle vere favole di potere, dove poter narrare attraverso i gesti attenti, i desideri più profondi dell’anima umana, contemplando ciò che manca ed elencando buoni propositi, auspicando buone nuove. Le intenzioni, le aspirazioni di inizio d’anno solare sono dunque legate agli archetipi del passato, ai riti propiziatori che hanno creato per secoli vere e proprie alchimie, oggi scese nel dimenticatoio della mente degli umani.

I Cunti – di Anna Maria Scappaticcio

Grazie alla mia ricerca sulle tradizioni popolari che porto avanti dagli anni ’80 ad oggi, ho avuto modo di constatare la ricchezza immaginale degli uomini e delle donne fino a qualche decennio fa, ora quasi scomparsa a causa della fretta e cupidigia dello stile di vita contemporaneo. Le figure ancestrali dei racconti popolari contemplano non solo in questo periodo dell’anno, molte figure immaginifiche e fantastiche legate etimologicamente al mito di Diana, di Giano, della Luna. Pur cambiando nome e misfatto nei diversi luoghi e tempi storici, restano fedeli alla loro origine divina. Queste figure femminili sono le Janare ovvero le sacerdotesse di Diana, donne giovani o vecchie che stanno sulla porta, libere di entrare ed uscire nei due mondi del visibile e dell’invisibile. Amano viaggiare in groppa ai cavalli, strette con le mani alla criniera accuratamente intrecciata prima di spiccare il volo.

-Tanto contrarie al carattere moderno, si riversano nella fattispecie di non umano, liberate dalla pesantezza fisica e immortalate in fuochi e lampi di luna.

Preferisco esserne narratore accurato e coscienzioso, con rispetto verso una cultura oramai scomparsa, appassionata e paesana, usando fonti e ricordi ancora vivi. Poiché ho deciso di parlarne, affronto con voi il disagio delle parole, sperando di riuscire a farvi vedere, sentire, udire con le orecchie quei suoni degli avi, che per secoli hanno affascinato gli ascoltatori.

Dai I cunti, saghe, miti e leggende in Ciociara, pag. 25 Alcheringa edizioni 2018-collana Ametiste.

Diventano invisibili agli occhi umani perché amano ungersi con l’unguento personale, accuratamente da loro preparato con formule segrete. Sono esperte erboriste, medichesse, donne, madri e mogli silenziose. Vivono di giorno una vita normale ma di notte si trasformano e girano di casa in casa, di luogo in luogo, in sella a puledri rampanti. Sono vento, sono soffio, sono un grido di dolore. Il linguaggio ad esse legato racconta diverse storie, tutte contrassegnate dalla dualità: notte/ giorno, luna /stelle, umano/divino, sciogliere/ legare, ballare/volare.

La storia ed i simboli che vi appartengono derivano dalla sacralità femminile, gli attributi ad essa legati ne contraddistinguono i valori dimenticati e perduti: scope, sale, forcine, trecce, unguenti, cavalli, acqua, fuoco, terra, aria. Nella cultura patriarcale le Dianare erano dee, sacerdotesse, vestali dalla doppia sembianza: umana e divina. In loro agiscono forze e potenziali capaci di generare, di sciogliere e di dividere. Tutto in esse si genera in un vortice di dualità proteso per raggiungere l’unità sacra, quella che ricongiunge l’umano al divino nascosto nelle cose. I nuclei delle storie ad essa legate sono importanti opportunità di risveglio, spesso utilizzati nella psico magia e nello storytelling per sciogliere attaccamenti e paure.

Una considerazione finale riguardo ai passaggi linguistici e concettuali esposti mi spinge ad evidenziare due aspetti della stessa tematica: la trasformazione del concetto di cultura attraverso i secoli e l’attuale funzione di scopo. Gli uomini hanno trasformato nel tempo quello che era sacro e potente, in demoniaco ed occulto e grazie alle diverse valenze culturali su piani e dimensioni differenti, assumono nelle diverse discipline differenti significati importanti.

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