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A Veroli c’è… Disordine, e Monia Lauroni c’entra qualcosa

Disordine di Monia Lauroni e Antonio Grella

Disordine di Monia Lauroni e Antonio Grella

La recensione di Giampiero Casoni alla raccolta poetica dal titolo Disordine e firmata da Monia Lauroni e Antonio Grella. Il volume è edito da Davide Strambi Editore.


di Giampiero Casoni

Di Veroli e dell’anima ne hanno cantato in molti. Lo si è fatto soprattutto sul tappeto dei versi e, più in generale, su quello di un battage culturale che della cittadina ernica è sempre stato spavaldissimo vessillo. Fa ancora più specie accorgersi quindi che il libro di Monia Lauroni ed Antonio Grella, ‘Disordine’, non ha nulla del prodotto che in un certo senso si mette in scia con una tradizione prolifica ma non sempre a fuoco. Tradizione sanissima, si badi, ma che ormai attinge a piene mani dal calderone variegato e un po’ mestierante dell’autoediting. No, la silloge poetica dell’autrice di argutissimo calamo è esattamente quello che ci si aspettava da una come lei. E cioè un prodotto di cui, negli ambiti di riferimento, si sentiva il bisogno assoluto.

E questo per due motivi: il primo è empirico e risiede un po’ nello storico dell’autrice. Da sempre a Veroli il binomio Lauroni-scrittura è totem assodato che abbisognava di una consacrazione editoriale. Questo proprio ‘in forza della forza’ di ciò che Lauroni sa fare con il calamo. E’ roba criptica di doni di natura. Roba che si puo’ solo cogliere al volo come un’opportunità per inforcare occhiali più pignoli su un mondo che spesso percorriamo senza guardare. Il secondo è più etereo ma addirittura più tirannico. Una seria, alta e preziosissima raccolta di poesie che non fossero solo il sindacale abbraccio alla ‘mistica del manoscritto nel cassetto’ a Veroli e in Ciociaria, fatte salve eccezioni di pregio assoluto, mancava da tempo.

Disordine di Monia Lauroni e Antonio Grella

Ci hanno pensato perciò in due a colmare il vuoto: un coraggioso editor di Alatri, la tipografia Acropoli di Davide Strambi, e il comune di Veroli, che all’opera ci ha messo patrocinio e tigna maieutica. In particolare il sindaco Simone Cretaro e la consigliera con delega alla Cultura Francesca Cerquozzi, quest’ultima più garibaldina di tutti nel potare a termine una mission che ha sentito da subito come giusta. Loro, in vena di mecenatismo indomito, hanno creduto nell’opera di Lauroni e Grella. Ed è opera a due mani perché al pregio assoluto dei versi si è sommata un’idea fulminante, di quelle che fanno bene a editoria in affanno e cultura locale in coma. L’idea è quella di creare un prodotto giocato su due percorsi emozionali. Da un lato il testo, letteralmente dacché di pagine parliamo, dall’altro l’immagine, cioè una foto che descrive le stesse sensazioni di ciò che in affaccio il calamo ha vergato. E in tema di immagini la maestria di Antonio Grella è dato certo come il sorgere del sole. Si trattava di far consonare le due cose senza che quel comparaggio ardito apparisse forzatura. E qui è nato il capolavoro: Lauroni e Grella hanno duettato in assoluta complementarietà giocando ciascuno con la maestria del suo ambito, ma senza arroccarsi sulla spocchia delle singole perizie. Hanno fuso il prodotto in un ‘unicum’ che appare come l’esatta sintesi di ciò che l’occhio vede e l’anima coglie. E attenzione, lo hanno portato a termine così bene che non è detto che non sia l’occhio a cogliere e il verso a ‘vedere’. Le parole della Lauroni sono vero e concreto linimento per l’anima. Ne descrive bene natura ed essenza la postfazione al testo, in vendita presso le principali librerie cittadine, presso la Ubik di Frosinone e la Mondadori di Cassino.

Quei versi “sono guizzi d’occhi e d’anima talmente intensi e ben incasellati nel lessico da risultare giganteschi camei a sé stanti del male di vivere. E di quanto questo male sia esorcizzabile con la vaghezza del suo essere. E con un fumus benevolo che non è approssimazione, ma scelta consapevole di offrire brividi, non spunti. Perché nella Lauroni il male è la piccineria di un’umanità che non ha gli occhiali giusti. Che ha perso di vista il bello, che tartufa il mediocre. Tuttavia non si sa mai con certezza se questo ammanco universale sia deprecabile fine o meraviglioso mezzo. Perso nell’impegno benevolo di sciogliere questo dubbio, il lettore ha una sola possibilità. Quella di immergersi nei versi di questa silloge e scoprire tutti i piani possibili di lettura del mondo”. In genere, e in maniera sacrosanta, si badi, l’idea di un libro ha quel carico un po’ mercatale che proprio non ci riesce, a scrollarsi di dosso la forfora coatta delle questioni terragne. Quelle cioè per cui uno fa un libro per dare spolvero al suo ego e gonfiore (in poesia sempre molto relativo) alle sue tasche. Tuttavia con ‘Disordine’ aperto sul bracciolo della poltrona di casa si sostanzia un’impressione ‘nuova’ e gratificante. Quella per cui, leggendone le pagine, si stia facendo più il bene di se stessi che quello degli autori. E quando succede questo vuol dire che non ci si trova di fronte ad un cimento lodevole solo per soli intenti. No, quando accade di aver voglia di girare pagina significa che in grembo si ha un’opera letteraria. Una cosa che non avere magari non è peccato, ma che avere è di certo viatico di benessere.

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