La casata s’è capata

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di redazione

È nei giorni di festa, quelle comandate, che si riannoda il legame con le generazioni che ci hanno preceduto. Il legame è la tradizione. Ogni famiglia ne ha una, ogni paese ha la sua. Nella famiglia di mio padre, la tradizione per eccellenza è un dolce che si prepara per Pasqua. Tanti anni fa, prima ancora che io nascessi, nei giorni che precedevano la Pasqua le donne di casa si affaccendavano in cucina.

Preparavano torte salate e dolci, carni elaborate e paste fresche fatte a mano. Un via vai di persone intente a trasportare ingredienti, farine, frutta e verdure varie. Ognuna aveva il suo compito e la sua specialità da preparare. In particolare, una zia di mio padre aveva il compito più impegnativo, preparare il dolce principe della Pasqua: la casata pontecorvese. La zia aveva una teglia appositamente realizzata per cuocere gli ingredienticedri canditi, cannella, formaggio di capra, uova e cioccolato fondente. Il dolce pasquale era quello: la casata. Tutti gli anni, si preparava una casata in più che si metteva da parte perché destinata ad un’altra zia, suora di clausura in un convento benedettino. Anche le consorelle apprezzavano quel dolce così elaborato e sorprendente nell’accostamento di sapori. Quando la delegazione familiare andava a trovare la zia monaca si ripeteva un piccolo sketch. Il capo delegazione suonava al campanello del convento e quando la voce femminile chiedeva chi fosse, dall’esterno si rispondeva: “sono la zia della casata” e nel convento si spargeva la voce e tra risatine e curiosità si preparava la visita.

La zia suora, con curiosità e un pizzico di apprensione, chiedeva ai parenti: “S’ha capata, la casata?” e la risposta era sempre la stessa: “la nostra sì, la vostra la dovete tagliare”. Nella stanza degli incontri, simile al parlatorio di un carcere, si parlava di tempi remoti, di quando la zia suora era una ragazzina e tutti erano più giovani, mentre altri non erano ancora nati. Si chiacchierava e non si notava nemmeno la pesante cancellata di ferro dietro la quale si celava la zia suora. La cancellata finiva contro un’intelaiatura di metallo che sosteneva una ‘ruota’, un cilindro di legno aperto sui due lati, attraverso il quale si facevano passare oggetti e alimenti dall’esterno all’interno e viceversa. Attraverso la ‘ruota’ entrava nel convento la casata e le suore ricambiavano con altri dolci e ricami. La casata usciva dalla sua madre patria per essere conosciuta in altri territori, apprezzata da tutti, difficilmente è stata riprodotta altrove.

La casata è di Pontecorvo con il suo sapore così ricco di contrasti. La teglia per la casata è stata ereditata da mio padre insieme alla ricetta di famiglia e ogni anno si aspetta il momento del taglio per scoprire se la casata s’è capata.

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