Il terremoto nell’anima

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“… Perché Colui che ha creato il mondo preferisce servirsi della tragedia per scrivere il libro del destino? Le urla di Elia riecheggiarono nella valle e gli ritornarono alle orecchie. Tu non sai quello che dici, rispose l’angelo. Non c’è nessuna tragedia, ma l’inevitabile. Tutto ha la sua ragione d’essere: devi solo saper distinguere fra ciò che è transitorio e ciò che è definitivo. Che cos’è transitorio? domandò Elia. L’inevitabile. E che cos’è definitivo? Le lezioni dell’inevitabile. E dicendo questo, l’angelo si allontanò”.

Così in Monte Cinque, lo scrittore Paulo Coelho prova a spiegare come troppo spesso anche le tragedie trovano una loro, se pur drammatica, ragione d’essere.

Luigi, Anna, Michele, Carla, Giovanni: persone che hanno incontrato la morte nel corso dell’ultimo drammatico terremoto che ha colpito l’Italia. Una morte improvvisa, prepotente, doppiamente vigliacca: sopraggiunta proprio nel luogo dove ognuno si sente protetto e sicuro, la propria casa.

E davanti a tanta tragedia, come sempre scatta, angosciante, la stessa domanda: “Signore, perché tutto questo dolore?”.

Ci sono tornate alla mente alcune splendide parole che il Vescovo don Tonino Bello ci disse molti anni fa, in occasione di una nostra visita nella sua casa di Molfetta.

Ci lagnavamo con lui per i tanti orrori della vita. “Vedete com’è bella quella tela? – ci disse, indicando un quadro appeso alla parete, – Metti, però, che ora noi la ricoprissimo di fango. Credete forse che ne avremmo cancellato la bellezza? No, state tranquilli, la bellezza rimane, sia pure sotto lo sporco. Solo che non riusciremo più a scorgerla, perché nascosta ai nostri occhi. Così è per la vita. Il Signore l’ha fatta straordinariamente bella. Siamo noi uomini che spesso non scorgiamo più la sua bellezza. Semplicemente perché, a volte, siamo noi stessi a ricoprirla di fango”.

Quanta ragione aveva quel sant’uomo. Cataclismi e terremoti sono purtroppo espressioni di una natura che segue il suo corso. Tuttavia, quando al dolore di un dramma collettivo segue la ricerca delle cause che hanno contribuito a provocarlo, quasi sempre si sente dire che molte vittime si sarebbero potute evitare se solo si fossero rivolte più attenzioni e considerazioni all’uomo e alla natura. Ma tant’è. Sotto le rovine dei grandi drammi collettivi, spesso è proprio la bellezza della vita stessa a perire con le persone. Sarà anche per questo che in tali occasioni non troviamo risposte alla domanda: “Signore, perché tutto questo dolore?”.

Certo è, però, che se a tremare fosse più spesso la nostra coscienza di uomini, le risposte le troveremmo. Perché ci sono. Ma noi quando pensiamo al Signore, dimentichiamo che non ha un solo nome, ma tanti. Si chiama Luigi, Anna, Michele, Carla, Giovanni, e ancora continua a morire inchiodato ad una croce. A costruirla, come sempre, siamo proprio noi.

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