Il mondo di un bambino autistico

img

Quella mattina mi chiamò la scuola per un incarico, mi dissero che era un bambino autistico, lo definirono un “caso difficile”. Mi chiesero se me la sentivo ad accettare l’incarico ed io non feci domande perché il mio istinto quella mattina mi diceva di non avere timore e desideravo fare questa nuova esperienza. Certo che quelle parole mi avevano colpito, a tal punto che ho cercato tutto ciò che c’era da sapere sull’autismo, volevo essere preparata a tutto. Leggevo che le caratteristiche di questa patologia sono: difficoltà a socializzare, movimenti bizzarri, ridere senza un motivo, urlare, lanciare oggetti, dondolare, fissare oggetti o il vuoto, accendere/spegnere la luce per ore, e che spesso le persone autistiche sono affette da attacchi epilettici. Ero pronta a tutto!!! Ho iniziato anche a preparare del materiale didattico e la paura iniziale svaniva, pian piano l’entusiasmo scavalcava quella paura di non essere all’altezza, di non potercela fare, o di non riuscire a controllare la mia sensibilità.

Poi finalmente il momento tanto atteso di conoscerlo è arrivato; non ho aspettato nemmeno il suono della campanella che segnava la fine della ricreazione: la porta era aperta e sono entrata!!! L’ho trovato seduto al suo banchetto a guardare un cartone, ripeteva le stesse battute a distanza di minuti e muoveva le mani. A volte dondolava. Mi sono presentata, ma lui non mi ha nemmeno guardata. Spesso si alzava e si affacciava alla finestra a fissare il vuoto. Ho cercato di attirare la sua attenzione con un disegno, con dei colori, ed è così che abbiamo iniziato a colorare insieme. Ho seguito i suggerimenti dell’educatrice, che a volte era con me, ed ogni volta che svolgeva un compito gli davo come premio una caramella. Piano piano quel bambino che mi era stato definito” un caso difficile” collaborava. Le nostre attività duravano minuti, spesso si passava dai colori alle bolle di sapone, spesso necessitava di correre, (ciò perché le persone autistiche sono anche molto iperattive), oppure di prendere la sedia girevole, ma in tutto ciò il SUO mondo diventava il NOSTRO MONDO. La mia vittoria fu quando mi fece delle richieste: “Dov’è la sedia che gira?” E un altro giorno : “Mi puoi dare una caramella?”. Il primo giorno l’educatrice mi disse che con la terapeuta si stava lavorando solo sulle richieste (imparare a chiedere qualcosa da solo) e quando accadde ero troppo felice, ma al tempo stesso stupìta: il bambino che mi era stato descritto come “un caso difficile” era lo stesso che ora mi faceva delle richieste, che per l’educatrice e la terapeuta era il solo obiettivo dell’anno scolastico. Inoltre era lo stesso bambino che spesso si avvicinava per darmi i bacini sulla fronte.

Se c’è una cosa che ho imparato da questa esperienza è che:

Vivere significa sempre lanciarsi in avanti verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci”

e che non esistono casi difficili perché:

Un linguaggio diverso è solo una diversa visione della stessa vita.

La foto ritrae il disegno fatto dall’autrice insieme al bambino il primo giorno di lezione.

stampa
Tag:

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie anche di terze parti per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi