Il calciatore sopravvissuto ad un inferno chiamato Libia

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di Paola Caramadre e Antonio Nardelli
Ci sono incontri che fanno male.

Le lacrime arrivano sull’argine delle ciglia, è difficile non farle sgorgare.

Il ragazzo che ci viene incontro parla l’italiano abbastanza bene, l’ha imparato in pochi mesi. L’ha imparato in carcere e l’ha imparato per necessità, altrimenti non avrebbe potuto scambiare nemmeno una parola con i compagni di cella che di certo l’inglese non lo sanno.

E’ un ragazzo, avrà poco più di vent’anni e come ha fatto a ritrovarsi detenuto in una casa circondariale non è facile da capire. La giustizia faccia pure il suo corso.

Dice di avere ventuno anni, un sorriso che si smarrisce e smarrisce l’interlocutore, qualcosa di simile alla paura che gli gira intorno e gli sta aggrappato ai movimenti delle braccia.

“E’ la prima volta che mi trovo in un carcere”, dice come per giustificarsi. Ma prima? Com’è stata la sua vita? Un’odissea tragica e crudele che racconta la storia di un continente.

“Vengo dalla Nigeria, quando avevo due anni, mio padre è stato assassinato. Sono stato abbandonato da mia madre. Una zia mi ha portato con sé in Gabon. Poi, siamo andati in Libia.

La Libia era un paese prospero. C’era lavoro per tutti ai tempi di Gheddafi. Poi, c’è stata la rivoluzione e adesso è un inferno. Tutti hanno la pistola. E non è per gioco.

Sono stato in Libia sei anni, poi è tutto cambiato. Mi hanno trovato una Bibbia e mi hanno colpito con una pistola. Tutti sono fuori di testa. Sono scappato. Il primo giorno in Italia mi hanno arrestato come scafista, dopo due giorni in barca. L’avvocato ha deciso per il patteggiamento.

Nel frattempo sono stato a Roma dove ho fatto il volontario in un centro di accoglienza grazie alla Chiesa Evangelica che mi assiste in tutto. Sogno una vita migliore. Volevo fare il calciatore e ho anche giocato in un club a Roma, poi c’è stato l’arresto”.

Non cambia mai tono mentre si racconta, è come se si guardasse dall’esterno, come se non fosse la sua storia, come se fosse un dovere narrare. La parola Libia risuona nel suo racconto con un brivido. “L’Europa deve sapere cosa succede lì”, dice all’improvviso. “Tutti hanno la pistola in mano. E non è per gioco”, ripete ancora una volta.

Immagina una vita fuori dalla casa circondariale di Cassino dove è stato accolto bene: “Credo in Dio e sogno una vita migliore. Vorrei lavorare come volontario. C’è bisogno di tanto aiuto nei centri di accoglienza, nelle strutture che ospitano i migranti. Mi piacerebbe giocare a calcio in modo professionale, ma prima di tutto voglio aiutare gli altri”.

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