Minturnae alla foce del Garigliano

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di Paola Caramadre e Antonio Nardelli

Il tramonto è un canto spento al sorgere dell’orizzonte. L’Occidente di Roma, dell’Impero, delle Province, delle città prende forma alla foce del Garigliano in un tramonto d’inverno. Il cielo si illumina di lamine d’oro, platino e cobalto. Il rosso delle porpore si intreccia alle acque del fiume che scivola nel mare. Le sponde ricche, dure e visionarie accolgono i resti di pesche lontane. Ormeggi nascosti, ancore gettate dal tempo. Risalendo il fiume si costeggia una strada, un ricordo, una luce profonda chiamata città. La città romana di Minturnae allarga di forza l’orizzonte.

I passi restano sospesi sulla ghiaia in un canto spento. Ammutolisce il sentiero e lo stridio dei passeri. La pietra feroce del teatro brilla mostrando la cavea in ogni ordine. Figure perfette, disegni di architetture senza tempo, linee dalle geometrie surreali che scandiscono i secoli. Ci fermiamo. Immobili tratteniamo il respiro in una foto ricordo tra le rovine. Il sole batte ancora come uno stridulo uccello che palpita di vita preda di un gatto troppo scaltro. Minturnae ci accoglie sotto il cielo terso spezzato dai resti di archi brillanti. L’Occidente è un canto spento che gioca con l’orizzonte di troppe parole.

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