Alla scoperta dell’antica Aquinum

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di Paola Caramadre e Antonio Nardelli

Il frinire delle cicale, il sole caldo e avvolgente, il lastricato in basalto della Via Latina guida i passi dei viandanti.

Il mormorio curioso e sorpreso dei visitatori si confonde nel vociare indistinto dei frequentatori della palestra che si allenano prima di entrare negli ambienti caldi e freddi del complesso termale che è tra i più grandi dopo quelli di Diocleziano e di Caracalla. La città, che si estende tra Roma e Napoli, è in piena espansione e le strutture pubbliche ne sono la testimonianza più eloquente. In lontananza si sentono gli echi delle attività del foro. E’ solo un istante, un lampo dell’immaginazione, poi torna il sole, il frinire delle cicale e la voce di Paola, la nostra guida-archeologa.

Siamo ad Aquinum, colonia romana tra le più floride ed estese nell’area compresa tra Roma e Napoli. In località San Pietro Vetere a Castrocielo, da otto anni l’Università del Salento conduce gli scavi archeologici su un terreno di circa sette ettari che, anno dopo anno, restituisce tesori ed emozioni.

Affiorano dalla terra i basolati delle strade di collegamento e il perimetro di un complesso termale tra i più grandi dell’epoca romana. Si possono riconoscere gli ambienti di servizio ancora segnati dai resti del fuoco necessario per scaldare l’acqua, i frammenti di pasta vitrea azzurri, blu, verdi, acquamarina, sono l’occasione per alzare lo sguardo al cielo e immaginare una volta rivestita di mosaici capaci di ricreare l’atmosfera marina e di amplificare la maestosità delle grandi terme di Aquinum. I mosaici in tessere bianche e nere sono la testimonianza della capacità ‘scenica’ del complesso termale, come il mosaico della latrina ancora ben conservato, i mosaici-bestiario in cui si riconoscono figure mitologiche come le pantere con coda di mostro marino oppure il rinoceronte, fino allo scorso anno non completamente riemerso e quindi scambiato per un ippopotamo, e non solo.

La prima parte della campagna di scavi 2016 ha fatto riemergere elementi che sembrano le chiavi per aprire le porte del tempo. Nel centro dell’area delle terme, proprio nell’ambiente di passaggio tra la palestra e l’ingresso al frigidarium riservato agli uomini, lo staff degli archeologi, coordinato dal professor Giuseppe Ceraudo, ha scoperto un mosaico straordinario.

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Il professore Giuseppe Ceraudo che illustra il mosaico con l’iscrizione di Marcus Veccius

“E’ stato come aprire un libro e leggere la sua storia pagina dopo pagina”, così il professor Ceraudo ha spiegato l’emozione provata nello scoprire la grande iscrizione di oltre undici metri che consente di attribuire la datazione del complesso termale, la sua funzione, e il nome e la carica del finanziatore, Marcus Veccius. Le ipotesi e le supposizioni storico-archeologiche hanno trovato conferma in questa iscrizione musiva dallo straordinario valore. Ed è questa la prima chiave che ha consentito di aprire la porta che conduce alla scoperta della città nel periodo di massima espansione e nel momento di pieno utilizzo del complesso termale.

La seconda chiave è, invece, nell’ambiente della palestra. Scavando gli archeologi si sono imbattuti in un reperto unico: quattro colonne del diametro di circa 60 centimetri e lunghe oltre 4 metri coricate a terra l’una accanto all’altra. Colonne dormienti distese su un terreno che si mostra, ancora oggi, annerito dal fuoco. Elementi che messi insieme hanno consentito agli studiosi di dare risposta a molti interrogativi. Le quattro colonne dormienti sono la chiave per aprire la porta dell’epoca medievale, quando il complesso termale romano ormai aveva cessato di svolgere la sua funzione.

La decadenza e poi l’abbandono, passando per la  spoliazione. Le quattro colonne, come tutti gli altri arredi e le altre decorazioni dell’impianto, erano state rimosse per essere riutilizzate. Probabilmente stavano per essere distrutte e trasformate in malta, oppure bruciate per diventare calce. La risposta che non abbiamo è perché questa operazione sia stata bloccata, gli uomini affaccendati a trafugare e riutilizzare le colonne doriche devono aver abbandonato il lavoro in tutta fretta.  E le colonne sono rimaste lì, addormentate, ricoperte da coltri di terra in attesa di poter tornare alla luce per raccontare la loro storia e la storia delle grandi terme di Aquinum.

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