Vertigini

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di Laura De Santis

“Vieni, vieni! Dai, forza”.
I miei piedi sembrano di cemento armato, non riesco nemmeno a tenermi in equilibrio. Ho paura. La voce che mi chiama è impaziente, il sorriso accogliente, ma non riesco a ricambiare quel sorriso. Gocce di sudore si materializzano sulla mia fronte. Le mani mi tremano, il respiro è affannoso e il cuore mi scoppia. Ho paura. Vorrei gridare ma non ci riesco. Stringo i pugni e abbozzo una specie di sorriso che deve sembrare una richiesta d’aiuto. Ma quella voce che mi chiama non mi comprende e insiste.

Io lo vedo quell’uomo che mi chiama, sta seduto sul muro di contenimento. Guarda il panorama dalla sua postazione e mi volta le spalle. Vedo le sue gambe penzolare nel vuoto e tremo di paura. Sento un vuoto alla bocca del mio stomaco e sudo freddo. Mi manca il respiro quando lui mi chiama di nuovo. Lo guardo, guardo il paesaggio e il muro su cui è seduto e provo un senso di soffocamento. Non ho nemmeno la forza di gridare quando vedo le sue mani poggiarsi a palmi aperti sul muro e darsi lo slancio del salto.

Un istante e sul muro non c’è più nessuno. Mi manca il fiato e prima sussurro un flebile suono poi trovo la forza e grido. Urlo quella che vorrebbe essere una richiesta d’aiuto e invece è un suono scomposto. Sento ridere. Mi faccio forza, muovo qualche passo incerto verso il muro e sento la voce ridere e chiamarmi. “Vieni”, mi dice ancora. Senza avvicinarmi troppo mi sporgo. Quello che pensavo fosse un muro alto decine di metri non è che un muretto di appena un metro.

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