Una casa tranquilla

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di Paola Lombardi
Da qualche tempo, si vive in una casa tranquilla. Da qualche tempo. Nessuno piange né urla né strilla. Il silenzio ci fa compagnia. Com’è bello il silenzio! Arturo si stiracchia sulla poltrona ascoltando il silenzio. Si sente felice e sbadiglia con la bocca spalancata. Si alza e va in cucina dove sgranocchia alcuni biscotti friabili. Li mangia avidamente lasciando una scia di briciole sul pavimento della cucina. Mastica con la bocca aperta mentre sbadiglia ancora e un rivolo di saliva biancastra gli solca l’angolo della bocca. Si sente felice Arturo. Felice di poter camminare scalzo per casa, felice di lasciare impronte unte sui mobili del soggiorno. In salotto sprofonda sul divano accende la tv e si crogiola beato nel calore dei cuscini. Cosa gli importa che possano deformarsi sotto il suo peso? Niente, ovviamente, proprio niente. Il silenzio gli sembra così piacevole che decide di spegnere anche il televisore. Si appisola un po’ e sogna. Sogna una vita diversa, sogna di andare alle feste con i suoi compagni, sogna di baciare le ragazze. Poi si risveglia all’improvviso come se fosse spaventato. Apre gli occhi e si rende conto d’aver paura. Si alza e va a guardarsi allo specchio. Ha qualche capello bianco, Arturo è attraversato da un tremito. Vorrebbe gridare lui, adesso. Si calma e cerca qualcosa con lo sguardo. I diari di quando andava a scuola. Corre a prenderli per cercare i numeri dei suoi compagni di classe scritti ordinatamente nella rubrica.

Chissà ora che faranno, chissà se vanno ancora alle feste e baciano le ragazze. Arturo non c’è mai andato alle feste. La madre non voleva che baciasse le ragazze e il padre non voleva che si drogasse. Arturo è rimasto dentro casa per tanto tempo. Ogni tanto strillava quasi in simultanea con sua madre. Si urlavano tante cose brutte e poi correvano ad abbracciarsi. Arturo piangeva e la madre se lo stringeva al petto accarezzandogli i capelli. Suo padre li prendeva a cinghiate tutti e due senza pensarci. Lo faceva per abitudine perché ormai non si divertiva più a sentirli strillare. Arturo li ha sempre odiati. Allo stesso modo. Proprio come un figlio sa fare. Ha rinunciato a telefonare ai compagni di scuola. È andato in cucina a mangiare un altro biscotto. Gli è venuto in mente di andare a cercare un cacciavite nella rimessa. Sua madre e suo padre sono lì, se era dimenticato, stanno accasciati sul cemento in pose scomposte. La madre con la bocca spalancata e le cosce divaricate. Il padre con la faccia schiacciata sul pavimento e le braccia allungate contro il dorso ma non si vede l’espressione del viso. La giacca sembra attraversata da tagli paralleli dai quali si intravede la pelle e la stoffa della camicia. La cinghia del padre è gettata a terra. Qualche mosca si posa sugli occhi sgranati della madre. Arturo li osserva, guarda le formiche che pullulano tra gli abiti e i corpi e si dimentica del cacciavite. Si chiude la porta della rimessa alle spalle e torna in casa. Com’è bello il silenzio, pensa, in una casa così tranquilla.

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