Un sorriso nel taschino

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Mi è caduta una mano nella tasca; mi è caduta mentre cercavo di afferrare un’immagine nell’aria.

Nel silenzio delle mie corde vocali mi sento legato a dove mi trovo.

Parlando del vuoto capita a volte di stringere i polsi nella costrizione di un laccio che incatena alla sedia davanti al muro, con il battito del cuore negli orecchi sordi a qualsiasi richiamo. Tum-Bum-Tum.

Mi rimetto a camminare e noto la scarpa sobbalzare di malumore sulla strada che forse non era da percorrere.

Le stringhe slacciate; le uniche forse che dovevano rimanere legate. Mi fermo, incespico barcollando sulle ginocchia mentre goffamente mi raggomitolo su me stesso tastando alla cieca nella speranza di districare il groviglio per muovermi nuovamente libero; almeno in apparenza.

Dinoccolato trascino il passo e le spalle in una rotazione ambigua di braccia, gomiti e trampoli.

Airone nella fanghiglia mi lecco le penne. I capelli nel vento sono scompiglio di testa e di colori castani chiari. I sopraccigli inarcati a sesto acuto spiovono l’acqua che pioggia cala regalmente dal cielo. Le gocce spengono il calore di una mente in ebollizione.

Roteando scompostamente sembro muovermi, ma la mano destra rimane nascosta nei pantaloni.

Dopo aver fallito la presa, amareggiata si ritira nella vergogna. Coordinazione occhio-mano, un gioco da bambini, lei risentita si sente inadeguata. Non la volevo sgridare sfogando il malumore, ma
era proprio lì alla sua portata; sarebbe bastato distendersi un pochino. Se solo non avessi smarrito lo sguardo al muro, seduto, la sedia.

Quando mi alzo provo come la vittoria di un gesto che non davo più per scontato.

Con l’altra mano ora non mi so rapportare, mi sento ingiusto. Non trattandole parimenti e preferendone una, mi sembra un torto troppo vistoso per essere occultato. Così le trascuro entrambe
prendendo a calci qualche sassolino nella scarpa. Mi mordo il labbro per non parlare, per non insistere a sbagliare. In fondo era solo un’immagine che si è frantumata, uno specchio pallido di
riflessione, una superficie piatta, fredda la sua fantasia così distante dalla maestosità di ciò che potrebbe essere realmente.

Con le mani inoperose mentre calcio le pietre, colpisco l’equilibrio già di suo ben più che precario rovinandomi a terra in una lurida pozzanghera. Annaspando il respiro nella putrida palude
in cui mi imbratto, bolle dal naso, ma non sono di sapone. Volto il viso di scatto sollevando un angolo della bocca così da respirare aria umida di melma per poi tossire dai bronchi ciò che non ci
doveva andare. Spingo con i piedi rigirandomi su di un fianco per levarmi dalla pozza; ora siedo a bordo strada fradicio di zuppa e pan bagnato. Le mani nella tasca: una rassegnata, l’altra offesa,
sostenuta.

Mi crolla il mento addosso abbassando lo sguardo che cola dagli occhi un rimmel fangoso di pianto che non è un trucco se ogni lacrima squarcia un anfratto consumando ciò che di buono
rimane nella testa, ma soprattutto nel cuore. Tum-Bum-Tum.

Quasi quasi mi fermo dove sono se ogni volta manco la presa di ciò che sembra alla portata del mio braccio. Se quando pensavo di stringere qualcosa nel pugno, era solo aria, o mosche. Se
inginocchiarmi non mi permetterebbe più di alzare gli occhi al cielo, rimango qui come a caso perché su quella sedia davanti ai muri vengo travolto dagli eco di rimbalzo di tutte le urla che ho
soffocato nei singhiozzi, al buio delle luci che ho spento strozzando stoppini tra dita nere di peccati, credendo di meritare come privilegio dei doni che non mi sono conquistato, ma di cui non ho mai smesso di fare lamentela.

Allora ricordo. Le mani libere dai nodi, anche dalle preoccupazioni, libere di sbagliare in buona fede, libere di provare ancora. Prendono ciò che comunque ho imparato, lo prendono dal taschino
della giacca perché sempre lo porto appresso, per indossarlo sulle labbra dolci, su quelle amare, su quelle che pronunciano parole e sogni, piangendo dolori affrontando le proprie paure. Lo prendono con amore e lo indossano così bene da far ammutolire qualsiasi remora, qualsiasi giudizio che rimbomba ancora come temporale, ma sono solo tuoni e lampi, giochi d’ombre e stupide
impressioni; lo prendono abbracciandolo da testa a piedi… questo sorriso.

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