Un grappolo di istanti eterni

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Vuotaggine mentale. Dopo aver ricordato il passato legato a quell’uomo, non riesce più a pensare a nulla. Sente solo un grande istinto: quello di mettergli le mani addosso. Flavio gli si avvicina, piano.
– Walter, come stai?
Gli tende la mano, ma lui è impietrito e indietreggia, come se ad avvicinarsi sia stato un enorme e inquietante insetto nero, con i peli unti e maleodoranti.
– Dimmi solo che ci fai qui e cosa vuoi da mia madre.
Ilaria si è alzata dal divano e ha raggiunto il figlio, con aria preoccupata e affranta.
– Ti prego, Walter. È tuo padre, calmati.

Le parole della madre contribuiscono a farlo innervosire: quella comprensione, quel modo di fare, quella pietà verso chi le ha rovinato la vita sono come coltellate improvvise: non può sopportarle.
– Mamma, stai zitta per favore, non t’intromettere. È una questione tra me e lui.
Flavio si gratta la testa, socchiudendo gli occhi.
– Potresti rivolgerti in un altro modo, almeno a tua madre.
– Oh, senti da che pulpito viene la predica. E tu? Che in questi anni te ne sei fregato di lei, di noi? Tu credi di aver avuto rispetto per mia madre? È stata tra queste quattro mura, ha avuto deliri, crisi, ha preso psicofarmaci e tu? Sei mai venuto? Dì un po’!
Già: Flavio, una sera di dieci anni fa, ha abbandonato la sua famiglia per rincorrere il suo sogno di passione, con una tizia di quindic’anni più giovane di lui. Ora non riesce a parlare, davanti agli occhi grandi e scuri di suo figlio.
Senza dire una parola, Walter esce di casa e sbatte la porta. Entra in auto, accende il quadro, abbassa il freno a mano, ingrana la prima e parte, sgommando senza accorgersene.

Cos’è che gli dà veramente fastidio? Che lui sia piombato lì, con quella faccia serena, come se nulla fosse successo, o che pretenda sfacciatamente di entrare nella sua vita, con parole o atteggiamenti fastidiosi e vani? Mentre guida, Walter pensa che, probabilmente, gli facciano salire il sangue al cervello entrambe le cose. Non riesce e non può perdonare un uomo del genere. Ha rovinato l’esistenza di sua madre e, di conseguenza, anche la sua e quella dei suoi fratelli. Accende lo stereo e poi lo spegne, infastidito da Max Gazzé che, con il suo ultimo singolo, Sotto casa, gli ha fatto venire la nausea: una di quelle canzoni che le radio trasmettono insistentemente, fino a fartele detestare. Guida senza meta, superando i limiti. La velocità lo ha sempre aiutato a calmarsi, a ritrovare una sintonia tra le cose, a distendere i suoi pensieri in un ordine deciso e capito solo da lui. Ma oggi, nemmeno la velocità gli è amica. Sta percorrendo una di quelle strane stradine di campagna, suggestive e poco illuminate, in cui, con il finestrino un po’ abbassato, si sente solo il rumore delle foglie degli alberi, quasi secche e mosse dal vento e un penetrante odore di terriccio bagnato. Improvvisamente, vede qualcosa in fondo alla strada, che non sa ben definire. Sgrana gli occhi spaventato e frena di colpo, mentre sente il lungo sibilo degli pneumatici sull’asfalto umido.
– Cazzo!

Stava per ammazzare un cane. Non appena il cucciolo si getta velocemente attraverso la siepe della villetta lì accanto, Walter sospira, sollevato. Riparte, ma continua a non rispettare i limiti di velocità. È sicuro che, se avesse investito quella povera bestiola, ne avrebbe data la colpa a Flavio, a questo pensiero che lo perseguita, incessantemente. Abbassa di più il finestrino, prende una sigaretta direttamente con le labbra dal pacchetto poggiato proprio accanto al freno a mano e, con la stessa mano, afferra l’accendino. Ha bisogno di calmare i nervi. Abbassa un altro po’ il finestrino e, alla sua sinistra, nell’oscurità della sera, nota un bellissimo vigneto. Gli viene in mente quella domenica di tanti anni fa, quando erano andati tutti insieme in un agriturismo fuori città. Walter e i suoi fratelli erano felici. Sua madre aveva quella strana luce negli occhi nocciola, che brillavano come una costosissima carta di Natale. E Flavio era il loro eroe. Eroe per tre volte, cavaliere per una. Già, era il cavaliere di sua madre e l’eroe dei suoi tre figli. Beveva il vino buono del proprietario dell’agriturismo, suo padre. Portava il calice in alto, sorridendo tra le vigne. Ne dava un po’ anche a loro tre, ma solo un dito, perché erano piccoli. Si passa una mano tra i capelli mossi e un po’ lunghi e tira su con il naso, innervosito perché gli occhi gli si sono appannati di lacrime. Perché Flavio Morini aveva voluto rovinare tutto? Perché aveva gettato sua madre nel buio di una disperazione atroce? Perché aveva permesso che i suoi figli crescessero senza un padre? Perché ora è tornato? Quattro domande vagano per i meandri della sua mente confusa. Walter guida, preme sempre più il piede sull’acceleratore e, socchiudendo gli occhi, respira l’aria di fine ottobre: un po’ pungente, un po’ umida, un po’ triste. Un’aria terribilmente infelice.

Domani, col sole, vedrò tutto in modo diverso.
Da qualche parte aveva letto che di notte, la tristezza che proviamo diventa più acuta. Già, forse è l’oscurità che ci porta ad essere così maledettamente depressi, che ci porta a vedere le cose sotto una luce che non c’è. Che debole, l’uomo. Temerario col sole, vile con la luna. Ma Walter crede che la luce del sole, negli ultimi diec’anni, non ci sia mai stata. Se l’è portata Flavio con sé.
È un attimo: un grappolo di secondi, istanti eterni, in cui hai il cuore in gola e pensi che quei battiti stiano per cessare per sempre. Una lunghissima suonata di clacson. Un rumore sordo e allo stesso tempo forte invade i timpani di Walter. Mentre tiene premuto il palmo della mano sul clacson, il rumore del sibilo degli pneumatici gli entra nel cervello, come una brutta canzone. Un’auto ad una velocità inaudita, poco prima della curva successiva, sul senso di marcia opposto, ha urtato la Yaris di Walter con violenza. Lui ha serrato gli occhi con forza, con tutta quella che ha. Una maledetta Punto bianca gli è andata addosso. Una maledetta Punto bianca non è rimasta sul suo senso di marcia. La Yaris ha inchiodato sul muro. Walter non ha tempo di pensare all’odore che gli sta invadendo le narici, un odore che sa di bruciato, di paura, di morte. Non riesce a parlare, né a respirare. Senza accorgersene, si abbandona e chiude gli occhi.
Walter, domani, non vedrà il sole.

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