Tv Verità

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Io sono Brad e non ho mai un capello fuori posto.
Da più di quaranta puntate, ormai, faccio il guardacoste in una serie tv.
L’attore che mi impersona è nientedimeno che Greg Emerson, sì proprio lui, due Emmy Awards conseguiti, del tutto immeritatamente, come miglior attore protagonista in una serie drammatica.
Greg non fa che ripetere, ad ogni intervista (e Dio solo sa quante ne ha concesse, in questi anni) che non potrebbe mai fare a meno del sole della California, delle spiagge piene di belle ragazze e della sua villa con piscina a forma di diamante – nel senso del campo da baseball, di cui è patito – a Beverly Hills.

Io, però, non la penso affatto come lui. Proprio per niente. Io sono piuttosto il tipo da paesaggi uggiosi, foschie mattutine, frutti di bosco da assaporare vicino al caminetto.
Sono un romantico.
Se potessi parlare con lo sceneggiatore che mi ha ideato, glielo direi: guarda che hai sbagliato tutto, hai creato un personaggio che non è quello che avevi in mente; io nella tua testa ero riservato – ne sono certo – a un’altra storia, a un altro destino narrativo.
E invece che è successo? Ti sei ubriacato e mi hai infilato per sbaglio in The bodies of the sea, questa serie piena di tipi muscolosi e bionde mozzafiato, per di più costretto ad essere impersonato da quel coglione di Greg Emerson che arriva sul set inevitabilmente strafatto, sicché, come se non bastasse, mi tocca rivivere ogni maledetta scena all’infinito, perché lui è sempre fuori ruolo e il regista non è mai soddisfatto.
La vita che sono costretto a fare non mi piace per niente. É una vita forsennata: inseguimenti in motoscafo, scazzottate in riva al mare, agguati sventati per un pelo, delinquenti di ogni risma, puttane d’alto bordo. E quel maledetto champagne bevuto a lume di candela che mi tocca ingurgitare alla fine di ogni scena insieme a Lilly Baker – la mia amante buzzicona interpretata da Frida Farraway, una che ha subito più restauri della Cappella Sistina – e che immancabilmente mi dà alla testa.

Per fortuna mi sono ritagliato una mia esistenza interiore, insospettabile, quando le luci dei riflettori si spengono e vengo lasciato in pace, nient’altro che un nome di fantasia scritto su un copione a cui più tardi il mio sceneggiatore-Dio si industrierà di dare in sorte chissà quali nuove spericolate avventure (dopo essersi scolato mezza bottiglia di Gin, naturalmente).

Me ne sto finalmente per i fatti miei, e penso a lei.
Lei è la donna di cui sono perdutamente innamorato. Si chiama Maria ed è una telespettatrice che vive in un posto chiamato Rocciapovera, in Italia.
Lo so, è infantile innamorarsi di una persona reale, è una cosa da adolescenti. Ho persino un suo poster che ho appeso di fronte al mio letto. Maria ha un viso così anonimo, così pallido, così insignificante, è completamente diversa da tutte le donne che mi circondano; fa cose così semplici, così umili, ha sentimenti così banali e puri, è davvero speciale, irraggiungibile.
Le dedico poesie che purtroppo non leggerà mai. Darei qualsiasi cosa per poterla conoscere. Se un giorno mi capiterà di andare nel mondo reale (è un sogno, certo, ma che male c’è a sognare un po’?) sarà solo per andare a Rocciapovera.
Lo so che lei non mi noterebbe neanche, malgrado la mia pettinatura impeccabile, ma anche il solo poterla sfiorare, anche il solo poter scambiare qualche parola con lei – il mio sceneggiatore è di origini italiane, e un po’ di quella lingua esotica ho finito per impararla anch’io – mi darebbe una gioia indicibile.
Me ne starei fuori dalla panetteria dove lavora e aspetterei paziente la fine del suo turno. Poi le direi “ciao”, e se trovassi il coraggio mi spingerei perfino a chiederle di farci un selfie.
E se lei mi ricambiasse il sorriso, credo che potrei anche morirne.
Ah, quanto mi piacerebbe morire così, anziché aspettare la fine dell’ultima puntata, sbranato con ogni probabilità da uno squalo gigante, dopo aver salvato la vita all’ennesima bellona siliconata dall’abbronzatura perfetta…

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