Szedina

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Era lì che mi aspettava, avvolta dentro un cappottino rosso e un po’ liso, i guanti di lana azzurri e gli occhi neri ma pieni di luce che mi fissavano quando ero ancora a diversi metri di distanza.
Se non fosse stato per l’imminente inizio dell’udienza, l’avrei portata volentieri in un bar a bere qualcosa di caldo. Faceva freddo, e lei sembrava patirlo senza sconti.

– Odio quando è tanto fredo – disse nel suo italiano approssimativo, come se mi avesse letto nel pensiero.
– Stai tremando?
– No, non tanto. – Sorrise, scoprendo i denti forti e un po’ ingialliti di tabacco.
Szedina aveva quarant’anni, ma era minuta e aveva la pelle ancora luminosa e liscia, e questo insieme di particolari riusciva a farla sembrare una donna più giovane della sua età, ma in modo contraddittorio: una donna più giovane che però stava invecchiando male.
Ci stringemmo la mano in maniera fin troppo formale.

– Ciao avocato. Hai portato tua borsa con documenti per salvarmi ?
Da quando l’avevo conosciuta, avevo imparato anche a conoscere il suo umorismo, diciamo così, balcanico.
– Entriamo, dài, che qui si gela. E butta via la sigaretta, in tribunale non si può fumare.
Lei rise. – No volio che mi arrestano – e spense educatamente la cicca in un posacenere.
Era stata fermata da un agente in borghese dopo aver estratto con grande abilità il portafoglio dalla borsa di una signora durante il mercato settimanale. Denunciata a piede libero, le ero stato assegnato come difensore d’ufficio. Aveva una sfilza di precedenti per reati contro il patrimonio lunga come il Danubio.
– Non preoccuparti, non ti arresteranno. Voglio farti patteggiare, e poi te ne torni di corsa al tuo paese.
– Cosa è patteggiare?
– Vuol dire, grosso modo, che si fa un accordo con il pubblico ministero sulla pena da infliggere, ma con il beneficio della condizionale, il che significa che non andrai in prigione, a meno che in futuro non dovessi commettere un nuovo reato simile a quello per cui sei sotto processo, perché allora sconteresti anche la pena sospesa. Tutto chiaro?
– Se tu dici che è bene, allora io dico che è bene.
– Significa che acconsenti?
Si limitò ad annuire. – Quando ero piccola dovevo alzarmi che è ancora notte per andare allo spaccio a prendere provviste. Tutto era razionato in mio paese a quel tempo, e
chi non arrivava subito non trovare niente.
Roteò la destra con l’indice e il pollice tesi, a sottolineare “niente”, un gesto che doveva aver imparato qui in Italia.
– D’inverno c’era sempre neve alta lungo strada, o vento che tagliava faccia, o umido di nebbia. Io ho ancora vento in mie ossa e nebbia tra miei capelli, sai?
– Eri molto piccola?
– Nove, dieci anni, mia madre era già malata, mio padre andare in fabbrica e mio fratello mi uccideva se io non andare.
– In che senso ti uccideva?
– Con coltello – disse lei, senza la minima traccia di ironia. – È questa ragione che non sopporto fredo. Volio fare vacanza in posto dove non fa mai fredo.
– Temo che non andrai da nessuna parte se continuerai a rubacchiare in giro…
– No, io non rubare più! Io volio veramente cambiare mia vita. Torno in mio paese e volio fare parrucchiera. Mi piace. Tu credi a me?
C’era una nota di malinconia trattenuta, una sfumatura di indelebile rassegnazione nel suo sguardo, che quasi mi commosse. Nell’andirivieni di avvocati e pubblico, in quella specie di bolgia caotica in cui si trasforma un tribunale nei giorni in cui c’è la massima concentrazione di udienze, la sua figurina sembrava messa lì per caso, eppure lei appariva più vera di tutte quelle comparse costrette alla loro recita quotidiana; i suoi occhi erano stelle spente, eppure erano gli unici a brillare in quel cielo improvvisamente sconosciuto.
– Sì, ti credo, ti credo. Però adesso sediamoci perché mi devi firmare un po’ di carte.

L’udienza filò via liscia come l’olio. Riuscii a far derubricare il reato in mero tentativo, considerata la tempestività con cui era intervenuto l’agente, e il fatto che il portafogli fosse stato immediatamente restituito alla legittima proprietaria.
La dottoressa Bartoletti, un magistrato con cui in passato avevo avuto diverse schermaglie e che sospettavo non nutrisse grandi simpatie nei miei confronti, fu più indulgente del solito; il pubblico ministero, un vice procuratore onorario dall’aria perennemente trafelata di nome Guastalli, aveva soprattutto urgenza che l’udienza finisse quanto prima perché, mi confidò, nella tarda mattinata aveva impegni a suo dire importantissimi che non poteva rimandare.

Szedina seguì il nostro scambio di battute quasi divertita, ma ogni volta che la Bartoletti si rivolgeva a lei sfoderava un’espressione contrita che doveva aver perfezionato in mille situazioni simili e che evidentemente riteneva le tornasse utile per guadagnarsi la benevolenza del giudice di turno.
– Allora? – mi chiese alla fine, quando già mi ero tolto la toga e salutato un paio di colleghi impegnati nel processo che seguiva.
Le spiegai che tutto era andato secondo le mie previsioni, anzi perfino meglio.
Lei sorrise. – Sapevo che tu era bravo – disse, e fece un piccolo inchino.
– Ruffiana!
– No, veramente. Tu sei uomo bravo in tuo lavoro e anche uomo buono, io posso leggere in tuo sguardo che è così.
– È perché non mi conosci.
– Avocato, io non posso pagare te, io non ho soldi. Tu sai questo?
– Ti ho già spiegato che hai diritto al patrocinio gratuito, sarà lo stato italiano a pagarmi al posto tuo.
– Viva Italia, allora! – esclamò, e lanciò le braccia verso l’alto in un gesto di esultanza che attirò l’attenzione di tutti i presenti.
– Calmati, non siamo mica allo stadio. Piuttosto come te la caverai, adesso?
– Io non più rubare, ti ho già detto.
– E io ti credo. Proprio per questo ti ho chiesto come farai. Come troverai i soldi
per tornare al tuo paese?
– Grazie per credere me. Ma tu non preoccupare, io ho tanti amici.
– Davvero?
– Sì. C’è un proverbio in mio paese che recita: migliori amici sono quelli che ancora non sanno di esserlo.
– E che significa?
– Avocato, tu può capire da solo se pensa bene questa cosa.
– Se lo dici tu…
Uscimmo dal tribunale e le nubi dense del mattino si erano parzialmente dissolte per lasciare che un gelido sole facesse capolino. Szedina si accese una sigaretta.

– Ne avevo proprio bisogno – sospirò.
– Invece di fumare tanto – replicai – andiamoci a prendere un caffè. Offro io, ovviamente.
– Ti rimborsa stato italiano?
– Che stronza!
Lei scoppiò a ridere, poi, come se si fosse ricordata improvvisamente di una cosa importante, tirò fuori da una tasca del cappotto il suo smartphone di dubbia provenienza, disse

– Facciamo un selfie! Dài, avocato, conserverò per tuo ricordo.
– Non mi sembra il…
– Dài, io prego te! È solo un secondo! Prendi tu, che hai braccio più lungo.
Mi porse il telefono e mi si avvinghiò rapida, cingendomi con un braccio intorno alla vita, reclinando il capo sulla mia spalla come un’innamorata in vena di tenerezze. Scattai la foto e le restituii il cellulare.

– Soddisfatta?
Lei per tutta risposta si protese a darmi un bacio su una guancia. Mi guardai intorno imbarazzato, sperando che nessuno ci avesse visto.

– Ora possiamo andare a bere quel caffè?
– Grazie avocato, ma devo scappare.
– E dove devi andare così di fretta? Guarda, c’è un bar proprio qui di fronte…
Ma lei aveva già cominciato ad allontanarsi. Mi fece ciao con la mano.

– Grazie di tutto avocato! E grazie di credere me!
La vidi svoltare l’angolo lesta come un piccolo animale di sottobosco rimasto fin troppo tempo allo scoperto e ansioso di ritornare nel suo habitat naturale. Rimasi per alcuni secondi a fissare il punto in cui era svanita, poi decisi che avrei preso quel caffè anche da solo.
Mentre mi avviavo verso il bar, ripensai al suo braccio che mi cingeva in vita, c’era qualcosa che non mi tornava nei suoi movimenti. Fui colto da un sospetto che si trasformò in certezza con la rapidità del tuono che segue il lampo: infilai la mano nella tasca interna della giacca e il portafogli era sparito.
C’erano solo centoventi euro, ma anche tutti i documenti, la carta di credito… la carta di credito!
Mi misi a correre in direzione della mia auto, facendomi largo tra la gente. A un certo punto andai quasi a sbattere contro Vincenzo Coretti, un vecchio amico fin dai tempi del liceo.
– Davide! Dove corri?
– Vince’, lo conosci un proverbio che dice: i migliori amici sono quelli che ancora non sanno di esserlo?
– Mai sentito.
– Io invece sì. E adesso so anche cosa vuol dire.

Ero intenzionato a denunciare Szedina, ma una volta giunto al commissariato mi limitai a denunciare lo smarrimento del portafogli e del relativo contenuto. Fu una decisione del tutto estemporanea: fino a un attimo prima ero ancora pieno di risentimento nei suoi confronti, ma quando fui sul punto di fare il suo nome tutti i miei pensieri negativi si dissolsero in un sentimento piatto e incolore e privo di sbocchi.
Da allora sono passati quasi due anni e non mi era più capitato di ripensare a lei. Finché stamattina non mi è giunta una lettera. Posta aerea.
L’ho aperta, e dentro c’erano centoventi euro, la foto scattata quel giorno e un biglietto vergato a mano. Il biglietto ce l’ho ancora davanti, l’ho riletto decine di volte.
“Buon giorno avocato. Mio nome è Katerina, amica di Szedina Nikolai che tu hai difeso in processo in Italia. Purtroppo Szedina ci ha lasciato, male di troppe sigarette l’ha uccisa in poco tempo. Prima di morire lei mi ha chiesto di mandarti soldi con fotografia di voi due insieme. Lei detto me che tu sei solo uomo che ha sempre creduto lei. Voleva che informare te che lei lavorare come parrucchiera finché non ha cominciato di stare male. Ora io credo che lei è in pace e vuole molto bene tutti noi che l’abbiamo amata.
Scusa per mio italiano.”

Piego il biglietto e lo ripongo nella busta, insieme ai soldi e alla fotografia.
Mi sa che ho bisogno di staccare per un po’. Di fare una breve vacanza.

Di andarmene in un posto dove non fa mai freddo.

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