Souvenir

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Torniamo indietro, oppure a casa potremmo dire, a mani vuote. Non abbiamo regali per amici e parenti. Non portiamo loro nulla se non il nostro ritorno. Non compriamo souvenir, non acquistiamo oggetti che possano essere legati ad un tale luogo. Non compriamo niente, non sosteniamo l’industria parallela al turismo delle bagattelle. Eppure, qualche volta, capita che la bagattella si impossessi di noi. Ci cerca tra la folla e ci invita. Sfodera ogni arma della seduzione e qualche volta cediamo alla tentazione. Appena arrivati alla cassa quell’oggetto comincia come a bruciare tra le mani, iniziamo a guardarlo con occhi disincantati, scatta il meccanismo della valutazione oggettiva tra qualità e prezzo. Bastano pochi istanti di incertezza per riporre il souvenir al proprio posto. Qualcun altro lo acquisterà. Qualcun altro si lascerà irretire da barche di conchiglie, da fari di legno, da baite di sughero e generiche suppellettili di plastica o di ceramica. Noi no. Riponiamo l’oggetto al suo posto e torniamo a casa a mani vuote. Il souvenir non fa per noi. Forse perché siamo stanziali nel nomadismo. Ovunque andiamo cerchiamo un mondo che ci somigli. Scegliamo un locale lontano dalla via principale e sostiamo lì. Incontriamo persone diverse, ascoltiamo storie, raccontiamo sogni. Nascono amicizie fortuite e casuali. Quando arriva il momento di andare via proviamo la tristezza di chi emigra. In ogni posto lasciamo un pezzo di casa. In ogni luogo potrebbe nascere un’altra nostra nuova vita. Ecco perché i souvenir non li compriamo. Sarebbe come spedire cartoline raffiguranti la nostra casa natale.

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