Sorriso morto, speranza appassita

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L’amore non dovrebbe far sorridere?
Da piccola, credevi così. Profumi, gelati, baci da gustare come freschi cocktail alla fragola in estate, fiori colorati e quella strana luce negli occhi. Era bellissima, quella luce lì. Brillante come una lucciola improbabile che resta illuminata a lungo, tanto che stai a fissarla esterrefatta, proprio come restavi tu, quando vedevi l’amore che fluttuava negl’occhi lucidi delle persone innamorate. Poi venne quella domenica. Hai sempre odiato le domeniche e non ne sai bene il motivo; fatto sta che ti riempiono di una tristezza alimentata dalla noia più nera. È un caso che fu proprio una domenica il giorno in cui incontrasti Vito? Eppure, allora, eri felice. Lui era presente, premuroso, dolce e riservato, come la luna al tramonto del sole, quando è ancora intimidita dalla presenza dell’astro. Cinque, sei, otto, dieci mesi, un anno di felicità.

Poi l’inferno.

Il coraggio. Il coraggio di realizzare il tutto e raccontare. Lì per lì, quando succede, giuri che lo farai, che racconterai ogni cosa. Poi passa il tempo, lui ti chiede scusa e ti sembra che l’accaduto non abbia alcuna importanza. Perdoni? No, non ti piace questo termine: perdonare equivale ad aver subito qualcosa e tu questo non lo ammetti; a dirla tutta, nemmeno lo sai. Già, perché una parte di te, quella che non ti piace affatto, ha insistito affinché tu lo rimuovessi. Ed ora, cosa ricordi? Uno stupido, puerile litigio; una parola che non doveva esser detta; un tono che andava limato; l’orgoglio che ti scorreva nelle vene e che ti faceva lo stesso effetto di una droga. Poi, mentre siete mano nella mano, davanti alle vetrine colorate dei negozi, il ricordo di quello schiaffo, di quella testata, di quel pugno nello stomaco ti arriva come una grandine sopra la testa e ti si ferma il cuore. Cerchi di nascondere a lui il tuo smarrimento perché hai quella fottutissima paura che ricominci tutto daccapo. Ancora e ancora e ancora.
– Vito, amore. Corro nel bagno del bar qui affianco. Me la sto facendo sotto, ho bevuto troppa acqua, oggi.
Apparecchi un sorriso e speri che sembri il più naturale degli ultimi tuoi 28 anni.
– Sì, vai. Io ordino un caffè.
Gli sorridi ancora e gli volti le spalle. Non è vero che te la stai facendo sotto. Vuoi solo stare sola, anche per tre minuti. Il ricordo di quella violenza ti ha deturpata e tu, se non vuoi che si ripeta oggi stesso, devi annientarlo, ingoiarlo, bruciarlo, devi fare qualunque fottuta cosa. Ma non puoi permettere che ti si legga negli occhi.
Entri piano nella toilette e ti guardi allo specchio.
È un attimo: l’ematoma sulla guancia destra, che avevi accuratamente nascosto con litri di fondotinta liquido, è riapparso più grande e verde che mai. Eccolo, il segno della vigliaccheria; eccolo, il segno della sua violenza, del potere che ha su di te; eccolo, il segno della tua vergogna.
Ci riuscirò. Lo cambierò. Ce la farò.
Spalmi altro fondotinta, ti guardi allo specchio e, con una speranza appassita e un sorriso morto, torni da lui.

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