Sì, vabbè, però

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Questa è la storia di un uomo mai soddisfatto appieno. Un giorno entrò in una panetteria e chiese – “Posso avere un chilo di pane?” – “No, solo mezzo” – fu ciò che ottenne.
Quando giungeva all’attraversamento pedonale sempre lo arrestava il semaforo rosso. Quando la moglie gli preparava la pastasciutta e si premurava – “Com’è di sale?” – nemmeno a dirlo ne
mancava di sicuro un pizzico.

Se era caldo, che afa! se era freddo si congelava. Troppa umidità per le articolazioni e vento di sabbia o raffiche inopportune accompagnate dalla pioggia in diagonale; impossibile servirsi dell’ombrello in tali condizioni.
Prima di coricarsi l’uomo usava porsi una domanda – “Com’è andata la giornata?” – e poi in fretta giungeva alla solita conclusione: – “Abbastanza bene tutto sommato, ma non troppo.”
Quando doveva prendere l’autobus non sempre faceva a tempo, così si accontentava di quello successivo, qualunque esso fosse, e trasportato nella città guardava il mondo non troppo diritto, ma
nemmeno di sbieco.
A volte si fermava in una gelateria a pochi passi dal suo palazzo. Se prendeva il cono poi gli colava sulla mano; se la coppetta allora rimpiangeva il gradevole biscotto; se la coppetta con la cialda non riusciva a gustare il sapore della frutta che a suo dire ormai era ridotta a poca cosa sostituita dalle polveri e dai coloranti.
Aveva smesso di comperare vestiti, ogni volta perdite di tempo. Indossava una camicia, poi la riponeva per provarla nuovamente. Se l’indumento gli donava non era consono il prezzo oppure l’esatto opposto. Così per acquistare un solo capo ritornava svariate volte nel negozio mortificato dai sensi di colpa e vergognandosi con le commesse. Una volta ci mise più di tre mesi per decidersi riguardo a un paio di occhiali da sole e quando la giornata lo richiedeva, spesso li trascurava nella tasca perché comunque non era soddisfatto appieno.

Abitava in un comodo appartamento, questo è vero, ma privo di giardino. Possedeva una buona automobile, a volte troppo larga, a volte troppo utilitaria, a volte esagerata per le sue necessità, comunque sia inadeguata. Teneva a sua moglie pur essendosi sposato per motivi ben diversi da quelli che immaginava da ragazzo, quando occhi al cielo parlava alla luna di sentimenti e legami
che tutto trascendono.

Lavorava in un ufficio scomodo anche nelle dimensioni abituandosi alla ripetizione senza fine di movimenti e gesti che non gli importava affatto eseguire in cambio di quel mensile che gli garantiva tutto quello di cui vi ho parlato, anche se in realtà spesso si crogiolava nei rimpianti bramando di provare una sensazione diversa che potesse riempirlo.
Rimaneva spesso come imbambolato con mezzo sorriso, solo mezzo e mai intero.

Un giorno particolare, uno di quelli che realmente ti cambiano la vita, si rese conto di come aveva vissuto senza aver mai compreso né goduto appieno di niente e di nessuno. Si trovava al solito semaforo rosso proprio fuori dal lavoro. Il sole nascosto a tratti tra le nuvole gli accarezzava il volto con il suo tepore primaverile e per la prima volta era tutto perfetto.

La dolcezza di quel momento lo spinse a comprendere l’importanza di ogni singolo elemento, ma lo spinse anche a scendere dal marciapiedi proprio mentre giungeva l’autobus che soleva perdere ogni giorno alla stessa ora, quello per tornare a casa; non avendo indossato gli occhiali da sole per vergogna, abbagliato da un improvviso raggio di luce dorata, non si accorse del sopraggiungere impietoso del mezzo pubblico e così quel giorno si ritrovò stravolto a terra in mezzo alla solita strada.
Ci fu il funerale, uno di quelli composti di moderazione. Sua moglie pianse qualche lacrima scura di trucco su guance stanche. Poi dovette firmare le carte per la sepoltura – “Avete forse una
penna nera?” – niente da fare nemmeno in questa occasione, anche lei dovette accontentarsi di inchiostro blu sbiadito come il ricordo di suo marito.
“I documenti sono a posto?” – chiese la donna con sorriso sornione – “Tutto in regola, anzi, alla perfezione!”

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