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Quel 29 giugno

Quel 29 giugno Posted on 29/06/2017

di Paola Caramadre
Quel 29 giugno c’era aria di pioggia. Forse, era piovuto. Di certo non faceva caldo. Mi chiesero di andare in un quartiere alla periferia di Cassino dove i residenti protestavano contro la realizzazione di una strada che non li soddisfaceva.

Andammo in due. Io e il fotografo. Era la prima volta che raggiungevo quelle zone. Mi ritrovai, nell’aria umida e fresca ad ammirare colline coltivate, la pioggia annunciata rendeva i colori più vividi e intensi.

Entrammo in quella che appariva come una casa rurale antica. Varcata la soglia di pietra ci ritrovammo intorno ad un tavolo circondato da sedie di paglia dove c’erano diverse persone.

Il grande camino mostrava i segni di un fuoco recente. La stanza appariva buia. Prendemmo posto intorno al tavolo, cominciammo a fare domande.

Forse, presi anche qualche appunto. Su tutti, il padrone di casa si faceva sentire. Uno spirito battagliero autentico, una grande insofferenza verso le ingiustizie, un bel modo di raccontare le cose e metterci al corrente della situazione.

Qualche battuta e lui per primo si lanciava in sincere risate. Non mi accorsi nemmeno del fatto che mostrava i segni di ferite profonde e lontane nel tempo. 

Non diedi molto peso alla sua età che doveva essere già allora abbastanza avanti. Non mi accorsi di molte cose, ad esempio, della cucina di ceramica, quelle cucine antiche, le “fornacelle”, non registrai la cassapanca di legno accanto al camino.

Il padrone di casa ci offrì il vino.

Non me la sentii di rifiutare quel bicchiere di vetro infrangibile, solido, a forma di corolla appena accennata.

Mi ricordava l’infanzia quel bicchiere, il vino mi ricordava il futuro. Io e il fotografo ci scambiammo uno sguardo d’intesa.

Potevo intuire il suo disagio, in fondo non avevamo nessuna confidenza. Quel giorno era il mio onomastico, brindando mi fecero gli auguri. Non ricordo se poi scrissi l’articolo.

Sicuramente mi alzai da quella sedia di paglia con un pizzico di nostalgia. Per un’ora ero stata in un mondo familiare, composto da persone che sanno dare una forma a quello che vogliono, che sanno riconoscere il giusto, sanno intendere l’autenticità dei legami.

Per molto tempo, non tornai più in quella casa. Poi, più avanti, è diventato un luogo familiare e sapeste quanto mi piace arrivare e dire “Presidente, buongiorno!” e sentirmi rispondere: “Ma io aspettavo Carofiglio”.

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