O Rey

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Sognava di fare il calciatore. O meglio, lui il calciatore lo faceva già. Sognava, in verità, di farlo in un paese dove pagavano bene.

In Italia, per esempio. Avrebbe appagato la sua passione e, con i soldi del contratto, sfamato i suoi fratelli. E pazienza per i “buu” razzisti che avrebbe collezionato in tutti gli stadi del Belpaese, non poteva certo permettersi di fare il permaloso. E che vada pure con lo “sporco negro“, in fin dei conti se un negro è sporco, è sporco e basta, c’è poco da fare. Ci sono anche i negri puliti, però.

Basterebbe rispondere “sporco bianco“, perché anche tra i bianchi ce ne sono di sporchi, come, del resto, non mancano di puliti. Perché la sporcizia è un fatto culturale, non una questione di colore della pelle.

Il suo obiettivo era gonfiare la rete con i gol e trasformare così i “buu” in applausi. Perché si sa, il popolo è volubile. È capace di passare dal giorno alla notte senza colpo ferire. Non sarebbe stato né il primo e né l’ultimo nello sport, e nella vita, a disegnare una parabola avvincente. Sì, non ci sarebbero stati problemi.

Già la terra appariva all’orizzonte, sulla linea del mare. Sentiva la salsedine profumargli e ispessirgli la pelle nera come la pece. I suoi occhi scuri come l’acqua di notte scrutavano l’immenso. La spuma delle onde si infrangeva sulla barca. Mancava poco ora, la paura era un lontano ricordo. Il peggio era passato. Gli tornarono in mente le scene dell’ultima partita disputata al suo paese. Lì era già un idolo, lo chiamavano “la perla nera”, scomodando il mitico Pelè, negro pure lui e, a detta di molti, il più grande calciatore di tutti i tempi. Ma lo chiamavano anche O Rey, altro soprannome del fuoriclasse brasiliano. Lui preferiva O Rey.

Ma la guerra aveva azzerato tutto. Tutto o quasi, non i sogni di chi è disposto ancora a sognare. Nei campi minati del suo paese il pallone non rotolava più e al posto delle porte c’erano i carrarmati. O Rey adesso era come gli altri, peggio degli altri forse, perché l’illuso sta peggio di chi non ha mai sognato. Il mar Mediterraneo è grande e le acque libiche in direzione dell’Europa sembrano non finire mai. La differenza tra il mare e la terraferma è che sul mare non puoi correre. Se fosse stata terraferma, O Rey avrebbe impiegato un attimo, per quanto era allenato, ad attraversare paesi e città. Ma nel mare no.

Ci sono onde anomale che se ne fregano del punto in cui ti trovi, la barca ondeggia anche se manca poco alla meta. L’onda ti avvolge in un attimo, chi è più fortunato si salva, molti non ce la fanno.

O Rey chiuse gli occhi. Voleva pregare ma non ci riuscì, sapeva che oramai il pallino del gioco era nelle mani del destino. Si sentiva soffocare, stipati come i topi, una bagnarola più che una barca. Sentì l’odore di urina pungergli le narici. Poi un’onda più forte ribaltò la barca.

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Nato 49 anni fa a San Michele dove tutt’ora vive con la moglie Anna e i suoi due figli Barbara e Aldo. Impiegato presso l’azienda di famiglia da oltre vent’anni, riuscendo, nonostante gli impegni familiari e lavorativi, a coltivare diversi hobby. Appassionato di presepismo ha realizzato diversi corsi nelle vesti di maestro d’arte presepiale, tifoso e praticante di calcio, volontario della V.d.s Protezione Civile di Cassino, membro attivo del Consiglio Pastorale della parrocchia di S.Antonino, lettore e, da qualche anno, anche scrittore.

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