Nelle sale d’attesa

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di Paola Lombardi

Siamo silenzio.

“Buongiorno”, “prego”, “mi scusi”, “non si preoccupi”, “arrivederci”. Parole pronunciate per caso, distrattamente. Siamo silenzio. Nelle sale d’attesa siamo silenzio. Parliamo per dire frasi di circostanza, senza nessun reale interesse. Non ci interessa che sia un buongiorno per nessuno. Non ci interessa affatto. Non ci interessano i volti delle persone che incrociamo. Non ci interessa vedere il colore dei loro occhi.

Speriamo nel nostro intimo. Speriamo soltanto, concentrati sulla nostra storia. In una sala d’attesa non siamo nemmeno persone, siamo numeri aggrappati al nostro turno, siamo corpi abbandonati sulle sedie, quasi sempre scomode, siamo accaldati, infreddoliti, segnati dalle notti insonni. Siamo in attesa di un responso, di una parola che ci riguarda.

“Buongiorno”, ascoltiamo il saluto come venisse da un altro pianeta. Rispondiamo per buona educazione con una voce sommessa, senza preoccuparci di scandire bene le parole. Aspettiamo il nostro turno. Aspettiamo nelle sale d’attesa di ospedali, studi medici, uffici, agenzie delle entrate, aspettiamo sempre qualcosa, aspettiamo sempre che il tempo passi cancellando il silenzio che ci opprime, l’angoscia che ci tiene ancorati al nostro posto. Aspettiamo nel silenzio della nostra mente che si concentra sull’esito che auspichiamo.

Isolati dai nostri stessi pensieri non guardiamo nient’altro che un orologio appeso al muro. Fino a quando non accade qualcosa di inatteso. L’attesa si trasforma in un sorriso, uno sfiorarsi fortuito. Ci si guarda negli occhi, si legge negli altri il nostro stesso identico destino e ci si fa coraggio.

L’attesa è finita, andiamo avanti.

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