Magrit

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Magrit attende il favore del buio. La notte è complice, ma la torcia che ha trovato emana una luce troppo flebile. Difficile riuscire nel suo intento.
Mentre si assicura che non ci sia nessuno, raggiunge a passo svelto l’area ecologica del suo condominio.
Avanzando fra miasmi e sporcizia, si rende conto che l’essere umano butta via troppe cose.
Di sedie sfatte non ce ne sono. E Magrit avrebbe proprio la necessità di portarsene a casa una. Così come coperte e maglioni, che poi basta rammendarli e tornano nuovi.

Lui mica si chiama come il pittore (quello è Magritte). Ha un soprannome buffo, che gli hanno dato in paese e allude alla sua figura ossuta.
Sta per procedere, ma avverte un rumore. Si accuccia lesto dietro al bidone dell’umido. Appena in tempo, perché la ragazza del secondo piano è uscita e sta salendo in macchina con un tipo strano. Lei indossa un pellicciotto rosa, spelacchiato. Lui fuma. Se ne vanno e così Magrit può uscire.
Dove potrebbe nascondersi quello che cerca? Di sicuro nel bidone del secco. Dà un colpo al pedale e il coperchio si solleva con un grosso schiocco. La puzza là dentro è troppa, anche per lui. Chissà perché certa gente ci butta residui di cibo: dei veri incivili.
Per riuscire a rovistarci dentro, deve spostarlo. Gli spazzini penseranno che un vandalo abbia fatto loro un dispetto, ma Magrit non ha scelta. Prende la pila dalla tasca e fa luce. È incredibile la quantità di roba!
Mentre s’immerge col busto, in apnea e badando bene a non vomitare, un gatto miagola. D’improvviso si accende una luce.
«Magrit, vecchio scemo!» è la voce della signora Solmi. Magrit l’ha riconosciuta subito. È una donna di mezza età che abita al primo piano col marito invalido e non si fa mai gli affari propri.
Magrit sobbalza e si mette dritto, mentre va a sbattere con la testa contro il coperchio fradicio di putrescenze.
La signora Solmi non demorde, e lo raggiunge con una camicia da notte di uno strano colore ceruleo, vittima di troppi lavaggi.
«Eccoti qui, demente! Ti stavo guardando dalla finestra. Siamo tutti stanchi di te e del tuo vizio infame di andare a ficcare le mani nell’immondizia!»
La signora Solmi è proprio arrabbiata; non ha paura di svegliare i condomini, stando a come urla. E infatti, si accendono luci e si sollevano tapparelle, quasi in simultanea.
La Solmi brandisce il battipanni che ha portato con sé. I bigodini, ben saldi sulla testa, rimbalzano in una strana danza a rallentatore. La scena è surreale.
«Se non torni subito in casa, chiamo la polizia!» sono le sue ultime parole, prima di accorciare di parecchio la distanza fra Magrit e il battipanni.
Magrit vorrebbe dire tante cose, ma la Solmi non gli crederebbe. Non è lì per se stesso. Non quella sera. La donna è pericolosa e lui ritiene sia più prudente darsela a gambe.
Gli spazzini arriveranno alle prime luci dell’alba e lo porteranno via loro il bambino. Quello della ragazza con la pelliccia rosa. Peccato che lui, Magrit, non abbia fatto in tempo neppure a porgergli un saluto.

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