Le parole di Margherita

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Margherita si voltò e al posto del nonno vide un gigante di plastica e lamiera che dalla strada aveva sfondato il muricciolo e aveva travolto la panchina su cui lui era seduto.

Si guardò attorno per qualche secondo, poi si mise a piangere e gridare. Qualche ora dopo la mamma le disse che era stato un incidente e che non era colpa sua, ma fu del tutto inutile.

Nella mente di Margherita, infatti, aveva ormai guadagnato spazio l’idea che, se lei non avesse fatto i capricci per farsi portare a giocare alla villa comunale, il nonno non sarebbe uscito di casa e quel camion non gli sarebbe passato addosso.
Così, da quel giorno, la piccola smise di parlare.

I suoi genitori, preoccupatissimi, la fecero visitare da psicologi e logopedisti d’ogni tipo ma non ci fu verso: lei restava chiusa in se stessa, con il capino basso e gli occhi azzurri rivolti al suolo. L’espressione del volto rimase per anni quella di chi si vergogna essere visto.
Questa situazione, ovviamente, le creò problemi anche a scuola. Maestri e professori la ritenevano una ragazzina seria e studiosissima, ma per molto tempo non poterono far altro che basarsi sui suoi compiti scritti, perché nessuno riuscì ad ascoltarla oralmente.

I compagni di classe, dal canto loro, si limitavano a escluderla dalle loro conversazioni e i più cattivi arrivavano addirittura a prenderla in giro. Lei, ogni volta che qualcuno cercava di farla parlare o la provocava, sembrava rannicchiarsi in se stessa e chiedere scusa per la sua presenza.

Un giorno, però, la professoressa Rafelli, che stava spiegando il processo di produzione del formaggio, cercò di far dire a Margherita cos’è il “caglio” e, di fronte al suo ennesimo e prevedibile rifiuto, replicò: «Stai tranquilla. Se non te la senti di dirmelo oggi me lo dirai domani. Sono sicura che lo farai».

Lo disse con un pizzico di rassegnazione, come si fa quando si dà ormai per scontato che il cammino di chi si ha di fronte è segnato e augurarsi il suo bene è, al tempo stesso, il minimo e il massimo che si può fare. Margherita, però, parve rialzare leggermente la testolina.

Alla fine dell’ora la Rafelli prese borsa e registro, si alzò e si avviò verso la porta dell’aula dove trovò ad attenderla la collega di lettere. Mentre alle sue spalle sentiva la confusione tipica di tutte le classi in cui un professore sta uscendo e l’altro non è ancora entrato provò a chiedere informazioni alla collega sugli orari dell’ormai imminente collegio docenti. D’un tratto, però, sentì un leggerissimo strattone alla manica destra della giacca. «Adesso entra l’insegnante e le chiedi se puoi andare al bagno», disse ancor prima di voltarsi. Per tutta risposta, però, sentì una vocina nuova dirle: «Ciao professoressa». Si voltò e vide Margherita. Sia lei che la collega di lettere rimasero senza parole.
Nei giorni successivi la piccola non disse una parola e nessuno diede troppo peso all’accaduto. Quando la Rafelli tornò nella sua classe, però, Margherita, sia all’inizio che alla fine dell’ora, disse di nuovo: «Ciao professoressa».

La notizia, quindi, cominciò a circolare insistentemente tra professori e bidelli fino a che non arrivò alla preside che, dopo aver contattato i genitori di Margherita, decise di chiedere alla Rafelli di passare le sue ore libere in compagnia della bambina.
La professoressa, all’inizio, fu alquanto perplessa. Era un’anziana insegnante ormai prossima alla pensione, di quelle che non cercano più lavoro extra perché in quarant’anni di attività hanno visto la scuola cambiare talmente tanto da non riuscire più a riconoscerla. Di certo, però, dopo quel che era successo le era davvero difficile tirarsi indietro. Così, pur con qualche titubanza, la Rafelli accettò di passare le sue ore libere con la piccola Margherita, che da quel momento iniziò a parlare ogni giorno un po’ di più e poi anche a ridere e a scherzare fino ad arrivare a capire che il nonno non era morto per colpa sua.

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