Le due gemelle

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di Bruno Di Placido
Gianmarco girò la chiave e spense il motore del suo Suv. Poi, mentre la basculante si richiudeva automaticamente, recuperò l’asciugamano, il cellulare e il portafoglio sparsi sui sedili. Con passo felpato salì le scale che dal seminterrato immettevano nella cucina e si diresse in sala. Diede un’occhiata alla cornice d’argento che ritraeva la moglie Alessandra e le sue gemelle sedicenni, Alice e Anita, la cui sola differenza era il nome della prima tatuato sul braccio sinistro della sorella. Ringraziò il Signore per quella bellissima famiglia, poco importava la partita di calcetto, il solo sfizio che si concedeva una volta alla settimana con gli amici di sempre. Staccò lo sguardo dalla foto e lo diresse verso il pavimento per accertarsi di quanti grumi di terra e fili d’erba si fossero staccati dalle scarpe. “Chi la sente Alessandra”, pensò. In punta di piedi raggiunse la camera da letto. Immaginava di trovarla appisolata con la televisione accesa, non voleva disturbarla mentre si faceva la doccia. Le bimbe erano uscite con gli amici. Erano venute a salutarlo e, in cambio delle sue solite raccomandazioni, aveva ricevuto un bacio e un confortante “Stai tranquillo papà, ti vogliamo tanto bene”.

Il letto era scoperto e Alessandra non c’era. E si ricordò pure che in garage non aveva visto la sua macchina. Preoccupato prese il cellulare e controllò le telefonate. Lei aveva chiamato un numero imprecisato di volte. Inspirò profondamente e premette l’invio sull’ultima chiamata ricevuta. Il pianto disperato di Alessandra e la parola ospedale appena farfugliata gli fecero capire che la sua vita non sarebbe stata più la stessa. Mancava una settimana al Natale, faceva freddo, ma lui non lo sentiva, non avrebbe nemmeno sentito il caldo se fosse stato Ferragosto. Si presentò in pantaloncini al Pronto Soccorso, proprio nel momento in cui sopraggiungeva un numero imprecisato di parenti e amici dei ragazzi coinvolti nel terribile incidente. Alessandra si dimenava mentre veniva sorretta da tre o quattro infermieri. “Mi dispiace”, gli disse un dottore in quel trambusto. Giammarco si sedette sulla panchina, mani tra i capelli, sguardo perso nel vuoto. “Dottore”, chiese “entrambe?”. Giammarco prese tempo, non sapeva se andare prima da quella che stava lottando per la vita o dall’altra che la vita l’aveva persa. “Dottore, una delle due ha il nome della sorella scritto sul braccio. Mi controlla quale?” Il dottore gli diede una pacca sulla spalla e si avviò. Gianmarco non sentiva le grida strazianti che rimbombavano in tutto l’ospedale. Fissò la sua maglietta di cotone da cui fuoriusciva un po’ di pancia, segno che gli anni cominciavano a farsi sentire. Per terra giaceva l’ultimo filo d’erba dell’ultima partita di calcetto della sua vita. Alzò gli occhi al soffitto e vide il Crocifisso addossato alla parete di fronte. E come Gesù sentì i chiodi che gli trafiggevano il cuore.

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