Le conseguenze delle opinioni di terza mano

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di Paola Lombardi
Innumerevoli volte si era detta che non era il caso di proseguire oltre. Innumerevoli volte aveva pensato di lasciar perdere. La cosa che, ogni volta, la stupiva con maggiore forza era l’incomunicabilità. Si chiedeva con insistenza perché le sue parole scivolassero nel nulla, perché si confondessero con la polvere. Non c’era niente di concreto, di tangibile nella sua vita. C’erano dei fogli, della carta bianca imbrattata di parole e di segni di interpunzione, di piccoli disegni a volte, e nient’altro. Niente di abbastanza concreto da essere preso come prova.

Innumerevoli volte si era detta che sarebbe stato meglio lasciar perdere. Rinunciare, abbandonare, ritirarsi. Invece, ogni volta, restava al suo posto animata, nel profondo del cuore, da una istintiva tenerezza che le faceva vedere le cose in maniera più dolce. Una lente deformante piazzata sugli avvenimenti quotidiani che la faceva desistere dalle azioni demolitorie che pure a volte le si insinuavano nel cuore.

Restava al suo posto e guardava con affetto anche i fraintendimenti, gli insulti, i silenzi, l’arroganza. Tutte cose con le quali si confrontava ogni giorno. Ma nel suo cuore conservava una forma di amore che le impediva di gettare la spugna. E poi, si diceva, come avrebbe fatto a vivere se avesse abbandonato quella situazione? Ma quando restava da sola, si sentiva confusa. Perché le persone sulle quali riversava tanto affetto la ripagavano così malamente?

Era ossessionata da questo tipo di domanda ogni volta le capitava di leggere su quei fogli bianchi imbrattati di parole frasi come: “Non gli ho visti uscire”, oppure altre frasi ancora più scandalose come: “O lasciato perdere”. E si chiedeva con insistenza perché quegli adolescenti la ripagassero tanto malamente di tutto l’affetto che riusciva ad accordare loro. Ogni errore le arrivava come una pugnalata, ogni risatina soffocata nella classe le appariva come un tradimento, gli sbuffi di noia erano l’emblema di un altro fallimento.

Erano lì davanti a lei ogni giorno con la loro arroganza adolescenziale, la loro ignoranza connaturata e forse anche atavica. A volte li sorprendeva usando un linguaggio forbito o, almeno, si confortava sperando di sorprenderli e invece su di loro scivolavano via le parole delle quali ignoravano il significato. La professoressa Nulli si rintanava nella sala dei docenti portandosi dietro sempre meno libri e sempre meno compiti in classe. Li leggeva ormai di sfuggita, la colpivano solo gli errori e l’assoluta mancanza di idee in un crescendo vorticoso di opinioni di terza mano sfoggiate da quelle orde di adolescenti come scudi dietro i quali ripararsi per sempre.

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