L’anellino liscio di Lucilla

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Quella mattina aveva l’odore di fresco. Lucilla era alla fermata dell’autobus già da 8 minuti. Aveva al polso l’orologio dal quadrante piccolo e dal cinturino usurato. Aspettava tra la folla di extra comunitari che, con borsone e cartoni al seguito, andava a sistemarsi al mercato accanto alla stazione. Parlavano tra loro quegli uomini, si conoscevano tutti. Lucilla era in piedi sulle scarpe scomode dal tacco alto delle grandi occasioni. Il cappotto nero, chiuso da tre bottoni gioiello, che stringeva la sua esile figura. Aveva con sé la borsa lussuosa con due manici e una cartellina rosa.

Erano passate da pochi istanti le 7.30 e l’autobus non arrivava. Lucilla, non si scomponeva, benché sapesse del suo appuntamento delle 8.30 dall’altra parte di Roma. Ma tra sé pensava: “Forse avrei dovuto prendere la macchina o avrei potuto chiedere a Massimo di accompagnarmi…”. Era il suo compagno, Massimo. Una convivenza che procedeva da due anni e mezzo tra alti e bassi.

Forse più bassi che alti, tanto che Lucilla a Massimo non aveva detto di quell’ appuntamento. Finalmente il bus arrivò. Lucilla salì in fretta ma non cercò un posto a sedere. Intanto il gruppo di venditori ambulanti si sistemava e i borsoni carichi di merce facevano rumore. Lucilla scese frettolosamente alla fermata del policlinico ma si voltò ad osservare ancora una volta quegli uomini sul bus.  Raggiunse il padiglione dove aveva il suo appuntamento.

Non c’era ancora nessuno in fila. Tirò un respiro di sollievo. Un’infermiera uscì da una stanza urtando contro una porta. Aveva in mano un foglio. Lucilla la guardava mentre aveva sistemato la sua borsetta su una panchina. In quel momento l’infermiera le parlò e la invitò ad entrare dopo essersi fatta dire nome e cognome. “Entri pure signora Lucilla. Ha fatto bene ad  arrivare prima del previsto. Sicuramente con questo traffico che c’è oggi per lo sciopero dei sindacati ha fatto bene ad uscire prima di casa. È qui accompagnata da un familiare? “.

Gli occhi di quella donna scrutavano il viso di Lucilla ed il suo aspetto curato.  ” Sono venuta con i mezzi pubblici e sono da sola” rispose seccamente Lucilla . “Il dottore – tornò rigida l’infermiera – sarà qui a momenti. Intanto inizi a compilare la sua scheda”. Lucilla era seduta sulla sedia di fronte la scrivania ordinata del medico. In silenzio aspettava e fissava un portapenne. In quell’istante entrò il dottore nella stanza. “Buongiorno signora. Come sta? Ha avuto qualche fastidio dopo l’agobiopsia?”. “Buongiorno dottore! No nessun problema, altrimenti l’avrei contattata. Ma mi sento un po’ debole. Forse mi ha segnato l’ansia di questi giorni per aspettare l’esito dell’esame. Mi avete chiamato dopo 6 giorni. È stata una settimana lunga”. Sorrise appena Lucilla e tornò zitta.
“Cara signora – disse il medico stringendo un foglio e fermando lo sguardo sull’anulare della mano sinistra di Lucilla, dove brillava un anellino liscio – è venuta qui con il suo fidanzato? “. “No” rispose lei, chinando la testa. L’infermiera, che era ancora nell’ambulatorio, andò verso di lei e le accarezzò il viso. ” Purtroppo – riprese il medico – l’esame istologico è positivo. La massa al seno destro è un carcinoma, signora. Le farò avere un colloquio con un oncologo. Cosa ne pensa?”. Lucilla iniziò a tremare. Toccò il suo anellino che, da qualche mese,  iniziava a scivolare dal suo dito, sempre più magro. “Dottore sono nelle sue mani. Non saprei a chi rivolgermi”.

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