L’alchimista prigioniero dell’isola

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di Paola Lombardi

Prigionieri, esiliati, smarriti. I ruderi di un luogo d’incanto e di delizie cedono il passo alla disperazione furente di una donna costretta a vivere in quest’isola remota e lontana. La villa romana, la cava di lastre di tufo, la darsena rivestita di marmo, l’assenza quasi totale di vegetazione e le gallerie sotterranee che sono state labirinti per raccogliere acqua piovana e cuniculi per recludere uomini.
Siamo arrivati tenendoci per mano come fossimo due bambini, ci siamo stesi al sole, siamo entrati in acqua calpestando lastre di marmo e di tufo in questa insenatura artificiale costruita da millenni che ancora resta ad indicare il suo scopo e il suo utilizzo. Chiudendo gli occhi, immersi nel sole, sembra di vedere scintillare navi fasciate di legname, il tintinnare di catene e di armi e un nugolo di uomini che si muove come uno sciame tra le barche ancorate. Scottati dal sole lucente abbiamo raccolto le nostre poche cose e siamo risaliti verso il centro del paese alla ricerca di ristoro, di acqua e di cibo.

Ma smarrirsi tra odori e voci è stato troppo semplice. Abbiamo vagato immersi nel flusso dei turisti come fosse un fiume che esonda tra gli stretti vicoli. Ci siamo tenuti per mano, sospesi ognuno nel proprio sogno. Io ho seguito la scia di un desiderio, il desiderio mai sopito di conquistarmi la felicità. Poi all’improvviso hai smesso di camminare fermando anche me per dirmi: “Come possono essere datati i colori degli affreschi?” Non ci avevo mai nemmeno pensato.

Abbiamo accelerato il passo per tornare al museo prima che chiudesse. Qualcuno avrebbe dovuto risponderci anche perché in quella galleria immersa nel buio e nella muffa un particolare ha acceso la nostra immaginazione. Un serpente che si morde la coda disegnato sulla volta di un braccio laterale di una delle gallerie, la più particolare perché interamente dipinta con un motivo decorativo che sembra ricordare urne funerarie ma anche composizioni floreali settecentesche. Quel serpente così esplicito, così evidente impressionato sulle nostre teste è diventato un mistero da risolvere.

Ci hanno spiegato che quei disegni sono stati realizzati da prigionieri comuni impiegati nei lavori forzati alla cava di tufo e custoditi in quelle gallerie senza luce né aria. I graffiti risalgono tutti alla stessa epoca, la fine del 1700, i colori utilizzati sono stati ricavati dai detenuti stessi da conchiglie, erbe e altri elementi naturali trovati sull’isola. Ma nessuno si è mai interrogato sul significato dei disegni stessi. A nessuno è mai interessato che il simbolo dell’eterno ritorno fosse dipinto in una galleria dove gli uomini hanno cessato di essere tali relegati al ruolo di bestie.

Perché ha conquistato la nostra fantasia, perché semplicemente non siamo stati sulla spiaggia come tutti ad interrogarci sul nostro amore? L’immaginazione ha avuto il sopravvento e abbiamo immaginato un misterioso alchimista, un chimico laico condannato ai lavori forzati per le sue elucubrazioni che ammaestrava i suoi compagni di sventura sui progressi della scienza immaginando di tornare in eterno ad accendere la luce della ragione tra gli ultimi. L’isola ci ha portato lontano, ci ha tenuti sospesi alla ricerca di un’immagine da tenere per sempre come un souvenir d’occasione. Cercavamo una donna esiliata e abbiamo costruito l’immagine del custode dell’uroboro.

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