Lago, mare, fiume tempesta

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Come un lago buio, come l’acqua di notte, mi riempe, mi colma dentro.

Sto attento di giorno a non spanderlo al di fuori, anche se spesso trasuda dai pori della pelle divenendo simile a un pianto. Può essere sommesso, quasi soffocato, trattenuto nella gola e negli occhi umidi di condensa. Oppure dirompente in varie forme, straziante, desolante o ruggente di rabbia e recriminazioni.

Il controllo sfugge poi di notte in tanti mondi che si confondono in tutti e in nessuno.

Di giorno cammino sulle acque buie di questo lago con piedi lenti, più lenti, anzi lentissimi.
Appoggio appena sfiorando la superficie il passo incerto, tremante e stanco. Evito di increspare l’acqua in cerchi, altrimenti si disperdono figure geometriche che mi confondono. Dapprima concentriche, poi spirali che aumentano in vortici, e se sbaglio direzione per un istante rischio di essere inghiottito.
Se qualcuno mi chiede come mi sento, rispondo bene e proseguo. Dentro devo stare ancora più attento a non aumentare la marea, potrebbero esserci improvvise onde e finirei investito, sommerso e sperduto.

Lo credo lago, ma potrebbe essere oceano. La credo acqua, ma potrebbe essere liquido
ben più vischioso che ricoprendomi non mi permetterebbe più il respiro.

Distolgo lo sguardo dal viso della persona con un cenno del capo disinvolto, come fosse un alito di vento, una pausa tra una parola e la sua frase, quella a cui apparteneva e da cui si è staccata come fosse una foglia che dal ramo cade sopra al lago, e lo fa similmente al mio passo, così delicatamente da sembrare un gesto di cortesia. Poi ritorno alla mia situazione e rimango immobile temendo di appoggiarmi alla prossima porzione liquida.
Se mi scuoto, agito o salto… se mi arrampico all’improvviso aggrappandomi a una debole illusione, il liquido sobbalza nei mie confini saturandomi in ogni modo e come di mal di mare mi nauseo. Poi mi acquieto in un silenzio che vela la superficie; aspetto, temporeggio, mi trattengo da un qualsiasi movimento prima di sollevare un piede per posarlo delicatamente avanti, evitando di sprofondare, di cadere o di scivolare.

La superficie è il mio orizzonte, il mio punto di riferimento. Certo non mi oriento molto non
essendoci un qualcosa da raggiungere al momento. Proseguo verso quella che sembra essere la direzione, non so quale; e intorno tutto mi è ignoto, e bado solamente a non finire sotto, troppo sotto o più sotto di così.
E se a volte trattengo pure il respiro, altre credo di poter a grandi passi compiere distanze, con
plateali discorsi che vorrebbero incalzare i ritmi, ma in questo umido luogo vanno rispettati con grave delicatezza per non sconvolgere equilibri, con molta più umiltà non conoscendo affatto e per niente proprio nulla.
A volte incurante mi ci tuffo a capofitto brandendo le braccia contro l’oscurità, ma sembro solo un uomo in difficoltà che sta annegando. E poi fradicio di me stesso mi rannicchio tremante in un angolo.

Gocciolo pensieri di fallimento, perché essere rimasto abbastanza a galla non sa proprio di
conquista, ma nemmeno di arresa. E ritorno a camminare posando piano le parole, trattenendo i pensieri che traballanti potrebbero far crollare questo fragile ponte di foglie sullo specchio d’acqua in cui i riflessi si confondono al buio creando oscure fantasie.
Poi una luce da qualche parte lontano. Mi avvio pesante trascinando tutto me stesso, lottando tutte le mani che mi afferrano per trattenermi qui sotto in mezzo a uno stato di apparente calma che tutto sommerge ricoprendolo di buio.

No… non è per me rimanere in questo luogo, e se di oceano sto parlando, di lago o di mare, fiume tempesta, paura e dolore, continuo a camminare verso quella luce che si accende come un lampo di speranza, come un sogno che sa volare leggero sopra la superficie, sopra tutto quello che sembra importante e non è, non è altro che altro peso da trascinare.

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