La città dorata

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di Francesco Coppola
Riemergo ancora una volta alla luce.
Il mare è immobile. Una verde distesa, un prato di quelli in cui finisci per addormentarti cullato dal vento di aprile.
Mi muovo lentamente, allontanandomi dalla battigia sassosa e deserta.
Prendo il largo con lente ma poderose bracciate. Sono sorpreso dalla forza che ho nelle braccia e nelle gambe, dal perfetto sincronismo dei miei movimenti, l’energica eleganza con cui avanzo provocando nell’acqua, intorno a me, piccoli mulinelli di ritorno.
Laggiù, oltre l’orizzonte, splende una città dorata.
Ne sono attratto irresistibilmente.
E tanto mi basta per convincermi che non è solo una specie di miraggio, il frutto della mia immaginazione.
Da quando mi sono tuffato, serrando gli occhi e stringendo i denti fino a dolerne, mi aggrappo all’istinto, cerco conforto nelle impressioni, elevo le sensazioni a certezze.
Qui è tutto talmente rarefatto, i pensieri sembrano volare via dalla testa come se qualcuno (Qualcuno?) se ne impossessasse per leggerli prima ancora di te, non hai tempo di elaborarli, di
razionalizzare.
È così.
Nuoto verso la città dorata, senza fatica e senza indugio. Lo faccio ogni volta che riemergo in superficie, dopo essere finito sott’acqua quando mi sembrava di essere ormai a poche bracciate dalla riva, ritrovandomi di nuovo al punto di partenza. Riuscirò mai a raggiungerla?
Forse questa è la mia condanna. Spero solo non sia per l’eternità.
E pensare che non sapevo nuotare.
Prima non sapevo nuotare.
Perciò mi sono lanciato giù da quella roccia a picco sul mare. Per farla finita.
Invece non finisce nulla. C’è sempre una città dorata, oltre la linea dell’orizzonte, da raggiungere.

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