Il viso di un bambino (2014)

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di Stefania Di Zazzo
Ha proprio un viso da bambino.
Un bambino paffuto, con la pelle chiara e gli occhi vispi. Te lo immagini con una merendina in mano, sdraiato a pancia a terra a leggere il suo fumetto preferito, Uomo Ragno, Tex, Diabolik, mentre assorto, sorride. Le sue guance sono tonde, e rosee, e il suo mento è leggermente pronunciato non solo per un fatto genetico, ma anche per un affollamento di dolcetti e panini che hanno deciso di collocarsi un po’ ovunque.

A guardare bene quelle guance, e quegli occhi buoni e vispi, osservi una nota stonata. Ha capelli e barba grigi. E tra le mani non ha un fumetto, ma la mia cartella clinica. E’ un chirurgo.
Sono seduta al di qua della sua scrivania, dove cioè normalmente sprofondano le ansie, affanni paure preoccupazioni di migliaia di donne. Da questa postazione è urgente porre ogni tipo di domanda, ed io ne faccio di molto stupide.

Lui mi guarda con occhi sereni, e sorridendo mi dice, con la sua splendida calma contagiosa: “Oh guarda che qui i rimbambiti siamo noi, non tu…”
La mia ansia sparisce, il mio viso si spalanca: sento di essere al sicuro, in ottime mani.
Al di là del volto tondo, dietro le sue spalle, c’è un’ampia finestra, dietro le mie di spalle invece, il lettino dove visita, e, oltre quello, la soglia da cui sono entrata.

Fuori dalla stanza c’è un corridoio blu, con altre porte, ed io questa mattina ne ho attraversate un paio. Anzitutto il prelievo, con l’elettrocardiogramma, poi il passaggio dalla caposala, ed infine incontro il chirurgo.
Si chiama :“preospedalizzazione”.
Prima di sedere a quella scrivania, altre persone in camice bianco mi hanno posto alcune domande ed io ho risposto date, eventi…
Mi ascoltavano tutti con attenzione.

Attenzione e premura di chi è concentrato, perché sa che di fronte a sé ha persone con il cuore in gola, e, ad ogni risposta, corrisponde una conseguenza logica, un tasto preciso della tastiera, una prenotazione in rete da effettuare con estrema esattezza. Perché tutto deve essere perfetto. Le persone sedute di fronte sono pazienti, ma in quel preciso momento rappresentano l’obiettivo più alto del loro lavorare in sincrono.

Si, sono nell’Ospedale di Avellino, alla Breast Unit. Sono arrivata questa mattina alle otto in punto, alle nove e dieci, la procedura è già finita, e, tra i sorrisi e la sciolta competenza del personale del reparto, quasi non mi sono accorta di nulla.
Inaspettatamente ho tanto tempo della mia giornata ancora avanti, Normalmente queste procedure portano via con sé tutta la mattinata .
Ma oggi no, sono già libera, e giro ancora nel reparto per ringraziare, per salutare, ma soprattutto per essere sicura che davvero posso andare già via e porgo la domanda sbagliata: “Posso andare?” Di colpo l’addetta a cui ho posto l’infelice domanda si concentra su di me, mi si avvicina e mi chiede : “Deve fare altro? Cosa ha deciso il dottore?” ed elenca una serie di procedure da aggiungere al protocollo che credeva concluso. Ed io nell’imbarazzo più grande rispondo: “No, no, grazie. Volevo solo essere sicura, mi scusi, buongiorno.”
“Buongiorno a lei”, mi dice con un sorriso e torna al suo lavoro.

Sono libera, siamo liberi, io e mio marito, e una colazione ce la meritiamo davvero, e, anche se al bar dell’ospedale, ci rilassiamo molto prima di quanto previsto.
C’è una ragazza con la mamma, hanno lo stesso viso, e lo stesso taglio di capelli.
Abbiamo seguito la procedura insieme, prima lei, poi io, e ad ogni “passaggio di consegna” un timido cenno di saluto.
Ma adesso, al bar, la saluto con un largo sorriso.

Saremo di nuovo insieme nelle prossime procedure prenotate alla Breast Unit? No, peccato, date differenti. Lei ha un sorriso timido lo sguardo malinconico, di chiunque abbia ancora a che fare con la parola “ospedale”, ben presto, lo stesso sguardo lo avrei avuto anch’io.
Adesso, tornata a casa, è tutto chiaro. Vado su internet e li trovo lì, sorridenti e fieri.
In quattro gestiscono un reparto d’eccellenza, la Breast Unit, dove donne angosciate da tumori al seno attraversano lo stesso corridoio che ho io percorso questa mattina.
Il dottor Carlo Iannace ne è il primario, il chirurgo, il paffuto bambino sorridente, colui che fa sgretolare le ansie e le trasforma in fiduciosa attesa.
Una rete fitta di collaboratori all’interno dell’ospedale, gli permette di emettere una diagnosi in tempi brevissimi, e lui sa bene cosa significhi in troppi casi perdere tempo. Lui, che sul petto, ha sempre una spilla. Il fiocco rosa. Quello che rappresenta la lotta contro il tumore al seno.

Lui e il suo piccolo ma efficientissimo staff, sono fieri di essere in prima linea in questa atroce lotta.
Ma c’è un trucco, meraviglioso. Decine di signore, le volontarie dell’AMDOS, combattenti la dura guerra del cancro al seno, hanno tessuto una rete di infallibile connessione tra il territorio e la Breast Unit.
Io, nel mio piccolo, insieme a tante altre donne che hanno conosciuto tutto questo, siamo un po’ più tranquille, sapendoli tutti al lavoro.

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