Il seme nell’ombelico

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Aveva scoperto anni fa come si veniva al mondo e ne era rimasto sconcertato. Era solo un bambino e un pomeriggio, un suo compagno di classe tirò fuori dallo zaino un libricino dal titolo: Ecco come sono nato!
– Tu lo sapevi?
Il suo amico si chiamava Mario. Grassottello, aria vispa e simpatica e efelidi su naso e gote. Ricorda ancora la luce nei suoi occhi, mentre gli sventolava il libro celestino sotto il naso. L’aria era quella euforica di chi sta per svelare un fatto che desterà sgomento, eccitazione, incredulità.
– Sapere cosa?
Fabio quel giorno era stanco. Si sedette sul banco e buttò fuori l’aria: non aveva voglia di cavolate; era un bambino silenzioso e maturo, nonostante i suoi nove anni.
– Sapere come abbiamo fatto a nascere.
Questa volta, gli occhi di Mario assunsero un’aria di provocazione.
– Non lo immagini nemmeno, vero?
Aveva il mento proteso in avanti, in segno di sfida. Fabio sorrise.
– Certo che lo so. Non è vero nulla che viene la cicogna a portarci. Semplicemente, le donne mettono un semino nell’ombelico e, dopo nove mesi, quel semino diventa bambino. Ecco come nasciamo, saputello. Credevi di fregarmi?
La risata di Mario scoppiò fragrante e naturale.
– Sono tutte stupidaggini. Noi nasciamo dall’amore.
Fabio aggrottò le sopracciglia; certo, le donne mettono con infinito amore il semino nella pancia. Lo trovava normale.
– Sì, sono d’accordo con te.
– Ma dall’amore fisico. Guarda qui.
Mario si passò la lingua sulle labbra, mentre aprì il libro. Ogni volta che era concentrato, faceva così. Le sue mani grassottelle giravano le pagine e sul suo viso era stampato un connubio indissolubile tra euforia e attenzione.
– Ecco!
Aprì il più possibile il libro dalla copertina rigida, sbattendo il dito su un disegno: in un letto bianco, coperti da un lenzuolo azzurro, un uomo e una donna si abbracciavano stretti. Sotto il disegno, la didascalia era chiara e leggibile: dall’amore di mamma e papà, nascono i bambini. Mario lo fissò, sorridendo fieramente.
– Hai capito, adesso? Io l’ho visto anche l’altra sera, in un film.
Fabio deglutì. E tutti i discorsi che gli aveva fatto sua madre prima che morisse?
La cicogna non esiste, Fabiolino. Esistono i semi. Dal seme, sei nato tu.
E si toccava la pancia, mentre lo diceva. E dove si toccava, sembrava proprio la parte dell’ombelico.
Oggi Fabio ha trentanove anni e sente che il mondo non è per lui. Ora sa benissimo cosa intendesse sua madre, quando parlava del seme. Non quello delle piante, non quello della frutta. Era a quello degli uomini, che la madre si riferiva. E se n’era andata così, senza spiegargli bene le cose, uccisa proprio dal seme di un uomo che non ha mai conosciuto – suo padre – dando alla luce suo fratello, Filippo.
Fabio ha visto sua madre morire. Sentiva le grida mentre partoriva e la sua mente di bambino gli faceva pensare che quelle fossero le grida che precedono la morte. Da quel momento, giurò a se stesso che non avrebbe mai più visto una persona morire. La concezione di Fabio era molto semplice e lo è tuttora: cerca di non stare troppo a contatto con le persone; vuole conoscerle, certo, ma vuole condividere il minor tempo possibile con esse, per non vederle morire. La morte lo fa inorridire. Non ha paura di niente, Fabio. Non teme il fuoco, non teme l’acqua fredda e profonda, non teme l’altezza, né gli spazi chiusi. Teme solo la morte. E, attenzione, non teme la sua, ma quella degli altri, delle persone che lo circondano. E allora Fabio si è sempre chiesto perché nasciamo da quel benedetto seme, se poi moriremo. Perché sua madre era nata, se poi è morta? Perché la signora Santini, sua vicina di casa nel condominio di quando Fabio abitava ad Arezzo era nata, se poi la nipote l’aveva trovata stecchita davanti alla tv in una grigia domenica novembrina? Fabio teme di legarsi a qualcuno, perché quel qualcuno potrebbe morire. E allora sono ventuno anni che viaggia senza meta: quattro mesi ad Arezzo, tre a Como, un anno scarso a Gordes, tre a Polperro, cinque ad Adelaide, uno e mezzo a Bombay ed ora vive a Chiasso da un bel po’. È tornato in Italia, Fabio; ogni volta che ha rischiato di legarsi indissolubilmente a qualcuno, è fuggito. Conosce tante culture, modi di vivere, di pensare, di parlare. Fabio, per questo, è terribilmente affascinante. Per ora, l’ha sempre scampata: sono più di trent’anni che non vede qualcuno morire o che non sa se qualcuno sia morto. Ha detto ‘addio’ prima, molto prima che potesse accadere. Chissà come sta Danielle, la signora del bar di quando viveva a Gordes… aveva sempre quella tosse. E Alex? E sua nonna, che dieci anni fa era già così anziana? Forse sarà morta, ma Fabio non si dispera, perché non ne ha la sicurezza matematica, perché non la vede ogni giorno, perché ha perso i contatti.
Cammina velocemente per strada e irrigidisce le spalle, perché ha freddo. Il fiato gli si condensa davanti e quel gelo, come sempre, gli ricorda la morte. Una morte che lui crede d’aver vinto. È sicuro che non piangerà mai qualcuno che non c’è più. Lui è più veloce della morte, la batte sul tempo. Potrebbe vincere il Guinnes dei Primati, per questo: solo una volta ha visto morire una persona che conosceva – sua madre – poi mai più. Scuote il capo e si fa serio. A chi pensa, Fabio? Pensa a Laura. Ai suoi capelli scuri e luminosi, ai suoi occhi color cielo, alla pelle bianca e liscia. Pensa alle sue lacrime, quando lui le aveva detto che, dopo quella notte passata assieme, sarebbe partito da Chiasso e pensa a questo pomeriggio, quando ha gettato gli occhi nei suoi, dicendogli di essere incinta. Il semino, questa volta, ha fatto centro. Dal semino, nascerà un bambino…
Scuote la testa. L’aria dicembrina è maledettamente pungente. Ha le gote gelate e il suo cappottino elegante è davvero poco indicato. Alza la testa e guarda il cielo d’acciaio. E se ora piangesse? Il gelo gli indurirebbe le lacrime che stanno per uscire da quegl’occhi deturpati solo una volta? Vorrebbe che accadesse, perché Fabio non vuole piangere. Una bella lacrima di ghiaccio, immobilizzata dal gelo, ma questo lo saprebbe solo lui. La toccherebbe, la stringerebbe tra pollice e indice, per poi farla sciogliere con il calore delle sue dita. Una vittoria su quella lacrima ghiacciata, simbolo del suo strazio, della fragile eternità che vorrebbe nelle persone che lo circondano, a cui vorrebbe legarsi. Come sarebbe bello, se Laura e il semino, futuro bambino, fossero eterni.
Eternamente belli.
Eternamente puri.
Eternamente pieni di vita.
Oh, la morte sarebbe gelosissima di loro.

È tormentato. Non ha mai permesso al suo cuore di impazzire per una donna. Ed ora lo odia, quel cuore, perché sente che sanguina.
Dà un’occhiata all’orologio: sono le quattro del pomeriggio, il sole sta calando e lui deve fare una scelta. Adesso. Laura potrebbe non aspettarlo. Laura potrebbe correre tra le braccia di un altro o semplicemente, potrebbe non amarlo più. E se lei morisse? Se un giorno la vedrà morire? Deglutisce, terrorizzato all’idea, poi si porta una mano sul cuore e respira compiutamente.
Fabio non deve avere paura d’amare.
L’amore vince ogni cosa.

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