Pubblicato in storie brevi

Il mio cane si chiama Iceberg

Il mio cane si chiama Iceberg Pubblciato il 21/07/2017

di Francesco Coppola

Chiuse la porta dietro di sé con due mandate.
Appese il cappotto all’appendiabiti e naufragò su una poltrona, stremato.
Aveva trascorso tutto il giorno a girovagare senza una meta. Il suo editore gli aveva telefonato diverse volte, ma lui non aveva mai risposto. Sapeva già cosa voleva.
Era in ritardo di due mesi con la consegna della prima stesura della sua attesissima autobiografia.

Jonathan Corsi aveva ormai raggiunto una fama internazionale. Dopo una ventina di libri di successo, si era deciso a scrivere la storia della sua vita. Ed era stata la peggiore
decisione che avesse mai preso.

Perché della sua vita, in realtà, non c’era nulla da raccontare. Io non ho bei ricordi. E neanche brutti. Non ho memoria di me, si era sorpreso a pensare, un giorno, dopo aver buttato giù le prime, scarne righe introduttive di quello che sarebbe dovuto essere il coronamento della sua attività letteraria. E quel pensiero lo aveva atterrito.

Tutta la sua vita era stata un susseguirsi di pagine scritte, di discorsi tenuti in occasione di premi e ricevimenti, di interviste a giornali e tv, di conferenze nelle università o nei centri di studio.
Parole. Un oceano di parole. E basta.

Come un’incontenibile colata lavica, le parole avevano occupato ogni minimo spazio della sua vita, ne avevano invaso tutti gli interstizi sentimentali ed esistenziali, rendendoli impermeabili a qualsiasi tentativo di pervaderli dall’esterno.

Le parole erano state la sua difesa, il guscio rassicurante, l’unica fonte di desiderio e di appagamento, di frustrazione e di gioia, di pena e di riscatto.
Alle parole aveva dedicato tutto se stesso e quelle parole lo avevano reso ciò che adesso sentiva di essere, sapendo di non essere nulla più che questo.

Le parole non avrebbero descritto la sua vita, perché nel frattempo l’avevano scritta: gli incontri che aveva avuto, le persone in cui si era imbattuto, i luoghi in cui era stato, le donne che era riuscito a sedurre, erano stati solo momenti fugaci e superficiali di una vita che appena poteva tornava a scavare interminabili gallerie tra le pagine dei suoi appunti, e soprattutto si erano risolti in nient’altro che mere annotazioni funzionali ad inventare nuove storie, a tratteggiare nuovi personaggi, ad ispirare nuove trame romanzesche.

Di tutto ciò che aveva labilmente attraversato i suoi giorni, gli era interessato solo il tempo in cui ne aveva scritto, reinventando a suo piacimento quegli spunti destinati a
restare per sempre solo un incipit, solo l’inizio di qualcosa che non sarebbe mai riuscito a portare a termine, a cui non sarebbe mai riuscito a dare un senso compiuto se non
attraverso le parole che avrebbe usato per raccontarlo.

Ogni volta che ne aveva avuta l’occasione, aveva scandagliato con meticolosità il resoconto delle altrui esperienze, le aveva registrate mentalmente e poi smontate pezzo a pezzo e rimontate come più gli piaceva, aveva trasformato ricordi e testimonianze per comporre, seguendo l’unico schema della propria immaginazione, il puzzle magistrale di destini e situazioni che caratterizzava tutti i suoi intrecci, quelli che lo avevano reso famoso e ammirato in tutto il mondo.

E difatti le sue parole si erano moltiplicate in decine e decine di traduzioni, non ci sarebbe stato scampo per lui in nessun luogo del pianeta, ovunque le sue parole lo avrebbero raggiunto o preceduto; anche dove non era mai stato e non sarebbe mai stato c’erano comunque le sue parole, e solo le sue parole – declinate in lingue incomprensibili, riprodotte in alfabeti indecifrabili – a testimoniare di lui: grafemi, ideogrammi, segni che s’intrecciavano a formare un’unica gigantesca ragnatela in cui era rimasta imprigionata la sua vita.

Accese il fuoco nel camino. Sentiva molto freddo, anche se sapeva bene che il gelo che lo attanagliava non apparteneva a quella scialba giornata invernale quanto piuttosto al suono ridondante e vacuo che proveniva dalla sua anima, alla musica mesta e ossessiva del rimpianto che gli rimbombava nella testa ormai da settimane.

Ripensò al giorno prima. L’ennesima, estrema occasione mancata di disintossicarsi per sempre da quel vizio, da quella malattia di indugiare nel racconto, di spargere lo sperma sterile delle parole su un foglio elettronico invece di inoltrarsi nella carne viva dei sentimenti.

Stava tornando a casa dopo una lunga passeggiata, avviluppato nelle sue angosce, quando aveva incrociato un randagio, che gli si era improvvisamente parato davanti nella foschia dell’imbrunire.

Quel cagnolone dall’aria simpatica aveva accennato uno scodinzolio quando lui aveva provato ad accarezzarlo sulla testa.
Il contatto con il pelo morbido del cane, e i suoi occhi placidi, gli avevano infuso un senso di benessere, un’avvisaglia di felicità.

– Vieni, vieni con me – lo aveva esortato, e il cane gli aveva obbedito, prendendo a trotterellargli appresso mentre lui si avviava verso casa.
Lo avrebbe chiamato Iceberg, perché era tutto bianco e per il modo in cui era emerso dalla bruma, compresa quella che avvolgeva i suoi pensieri.
Lo avrebbe tenuto con sé e accudito, avrebbe comunicato con lui per lo più senza bisogno di ricorrere alle parole – vivaddio – ma solo attraverso i gesti e gli sguardi e i cenni d’intesa con cui è dato intendersi con i cani e gli animali in genere.

Avrebbe sentito il calore del suo corpo quando si fosse accoccolato con lui, il suo fiato caldo, le sue zampe ossute a scalpicciare i prati su cui l’avrebbe portato a giocare.
Iceberg era salito in ascensore insieme al suo nuovo padrone, infilandosi lesto nel suo attico non appena costui aveva fatto scattare la serratura.
Jonathan si era chinato e lo aveva abbracciato, quindi aveva spalancato il frigo per offrire al suo ospite gli avanzi del pranzo, guardandolo divertito divorare tutto in pochi secondi.
– Dai, usciamo, non mi va di restare dentro casa. Andiamo a comprare un collare e una targhetta con il tuo nome – aveva esclamato, in preda ad un’insolita euforia.

Aveva aperto la porta, con Iceberg che esplorava lo spazio intorno, eccitato da quei luoghi inaspettati.
Ma quando stava per richiuderla dietro di sé, il chiarore che proveniva dallo studio aveva attirato l’attenzione dello scrittore. Lo schermo del portatile era acceso, anche se lui ricordava di averlo spento, prima di uscire.

– Aspettami, torno subito, amico mio – aveva annunciato ad Iceberg, che aveva preso a tormentare a morsi lo zerbino.

Il computer era aperto sul programma di videoscrittura, tanto per cambiare. La schermata era completamente bianca. Ma anziché spegnerlo, aveva avuto l’impulso di digitare “Il mio cane si chiama Iceberg”.
I caratteri si erano stagliati limpidi e invitanti. Times new roman, corpo undici.
L’inizio di un racconto, il viatico per una nuova storia, una nuova sfida.
Una tentazione irrefrenabile.
Solo un minuto, aveva pensato. Butto giù un paio di frasi, giusto per fissare qualche idea.
Quel minuto, tuttavia, si era dilatato in molti minuti, la sua attenzione era stata completamente risucchiata dalle suggestioni che gli provenivano dal monitor, con le dita
che saltellavano sulla tastiera quasi si muovessero per conto loro.

Dopo un po’ si era finalmente riscosso. Basta, cosa sto facendo? C’era ricascato.
Era rimasto un paio di secondi con il fiato sospeso. La voglia di continuare a scrivere era tanta, quell’impellenza quasi fisica che gli prendeva ogni qualvolta sentiva che i concetti che aveva in testa si coagulavano sempre più rapidi intorno alle parole che aveva scelto per esprimerli. Era come correre con il vento a favore, quando accadeva, come stare su una slitta e scendere a valle senza nessuno sforzo fisico se non quello di assecondare la pista innevata.
Un’ebbrezza che lo stordiva, ogni volta.
Però in questo caso sarebbe stato diverso. Come un ludopatico che deve fare ricorso a tutte le sue energie per alzarsi dal tavolo da gioco, lui a fatica aveva tirato giù lo schermo per tornare dal suo nuovo amico. Un amico vero. E muto. E incredibilmente vivo.
Ma quando fu di nuovo sulla porta, Iceberg era sparito.

Lo aveva cercato lungo le scale, lo aveva chiamato a gran voce, pianerottolo dopo pianerottolo, fino a ritrovarsi giù nell’androne del palazzo. Il portone era aperto. Era uscito e aveva ricominciato a chiamare quel cane che voleva con tutte le sue forze che fosse il suo cane.
Niente.

Allora gli era venuto in mente che magari sarebbe tornato da solo. Si era seduto per terra, nell’aria umida della sera, reprimendo a stento le lacrime, solo come mai si era
sentito prima.

Fu così che aveva trascorso la notte. Alle prime luci dell’alba era rientrato in casa, sporco e infreddolito e disperato.
Jonathan guardò le fiamme divampare nel camino, e il riverbero rossastro che si spandeva tutt’intorno gli diede l’impressione di essere capitato nella scena madre di un brutto film, si sentì un eroe minore, un eroe meschino ma ancora capace di un riscatto estremo, di uno scatto d’orgoglio tale da capovolgere nel finale un destino già segnato.

Andò nello studio, e di nuovo – ma questa volta se l’aspettava – trovò il portatile acceso. Era come se un’entità inesplicabile se ne fosse impossessato impedendogli di spegnarsi, come se un demone misterioso lo avesse eletto a suo altare, un demone che pretendeva da lui, Jonathan, l’immolazione della scrittura, che invocava insaziabilmente il sacrificio di sempre nuove parole.

Lo agguantò e senza pensarci oltre lo scaraventò a terra con violenza.
Incredibilmente, dal monitor incrinato in più punti, biancheggiava ancora il foglio del programma di videoscrittura. Jonathan lo pestò, lo prese a calci, lo vide andare in mille pezzi, e alla fine sentì un urlo disumano invadergli le orecchie, talmente potente e straziante che dovette sorreggersi a uno stipite per non perdere l’equilibrio.
Sapeva che non era stata un’allucinazione. Si persuase che rompendo la macchina aveva ucciso qualcosa che albergava in essa; che distruggendo l’edicola di quel rituale maligno aveva spezzato un sortilegio capace di tenere in vita un’entità recondita a cui, per paradosso, avrebbe potuto dare un significato e magari un nome solo ricorrendo alla sua immaginazione di scrittore e alle sue capacità di narrare l’inverosimile.

Non pago, corse ad aprire l’ultimo cassetto del suo tavolo da lavoro, dove teneva la copia cartacea di quanto era riuscito finora a scrivere della sua autobiografia. Prese lo
smilzo fascicolo – non più di trenta pagine – e lo gettò nel camino.

La carta prese fuoco all’istante, e di nuovo udì quell’urlo, ma stavolta come un’eco lontana, l’afflato lancinante di un’anima dannata che si congeda dal mondo.
Andò alla libreria e prese tutti suoi i libri, le edizioni rilegate, i tascabili, le traduzioni, perfino le bozze che l’editore gli aveva inviato di volta in volta prima di procedere alla pubblicazione e di cui, per una sorta di scaramanzia, si era sempre tenuto una copia.

Gettò tutto nel camino, e la sua foto sulla quarta di copertina di uno dei suoi ultimi best sellers sembrò sorridergli beffardamente mentre ardeva contorcendosi tra le fiamme.
Poi le vide.
Come fili di fumo che dal focolare si insinuavano verso di lui.
Prima quasi trasparenti, poi sempre più dense, minacciose.
Le sue parole. Le parole di una vita passata a scrivere, monconi di frasi, moncherini di sillabe, spezzoni di aggettivi, di verbi, di sostantivi, inanellati a formare catene intrecciate vieppiù fittamente.
Provò a scappare, ma quando sentì le prime spire, impalpabili eppure così robuste, avvolgerglisi intorno al collo, capì che non avrebbe avuto scampo.
Mentre percepiva quel laccio stringersi inesorabile, un diluvio di parole, le sue parole, gli rimbalzò nelle orecchie, un tamburellare incessante di tutto ciò che aveva scritto condensato in una manciata di secondi, la sua sentenza di morte pronunciata da mille voci diverse e simultanee, e da ultimo, come un rintocco funereo, la parola “fine”, quella che campeggiava sull’ultima pagina dei suoi romanzi e che adesso gli preannunciava l’ultimo respiro.

– Sembrerebbe essersi trattato di un attacco cardiaco. La morte dovrebbe risalire a ieri sera – disse l’appuntato Vizzini.
Il capitano Sinatra si inginocchiò accanto al cadavere per osservare da vicino il collo di Jonathan Corsi. – Eppure a me quelli sembrano segni di strangolamento – disse.

Vizzini si chinò per guardare meglio a sua volta. – Tutto può essere… dobbiamo aspettare l’arrivo del medico legale – concluse.
– Chi l’ha trovato? – volle sapere Sinatra.
– La donna delle pulizie, stamattina. Aveva una copia delle chiavi dell’appartamento, in modo da poter entrare a fare il suo lavoro anche quando Corsi era assente – gli spiegò Vizzini.
– E la porta era chiusa a chiave quando lei è entrata?
– Sì, e non abbiamo riscontrato segni d’effrazione. Anche le finestre risultano tutte chiuse dall’interno.
– Va be’, in ogni caso più tardi voglio interrogare la signora. E comunque già mi immagino fiumi di parole sui giornali a partire da domani, dubbi, insinuazioni: Jonathan Corsi era uno scrittore famoso. E quel cane?
Iceberg se ne stava acquattato in un angolo del soggiorno, guardava di sottecchi verso il cadavere del suo padrone con un espressione malinconica.
– La signora dice di non averlo visto quando è entrata. Anzi, ha detto di non averlo mai visto in vita sua – disse Vizzini, leggermente imbarazzato. – E l’agente di Corsi ci ha tenuto a precisare che il suo cliente è sempre stato un solitario. Non aveva nessuno, né cani né amici, così ci ha riferito.
– E allora lui cosa ci fa qui? – chiese il capitano.
– Eh, forse è entrato quando siamo arrivati noi; nella concitazione probabilmente non ce ne siamo accorti.
– È un bel cane, qualcuno dovrebbe prendersene cura – tagliò corto Sinatra.

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