Il film

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di Paola Lombardi

“E’ tardi”, le sentii dire queste parole nel cinema silenzioso. Mi voltai e lei era già in piedi, chiedeva scusa ai vicini di fila per passare e uscire fuori. Il film era all’apice della trama. Non riuscivo a staccare gli occhi dallo schermo, non volevo perdere quelle immagini, volevo continuare a sognare immergendomi in quelle atmosfere. Volevamo proprio vedere quel film. Da mesi aspettavamo di leggerne il titolo nel cartellone di un cinema. Avevamo dovuto attendere che diventasse di seconda visione per poterlo vedere. Ne era valsa la pena. Ne valeva la pena, il film era bellissimo.

Visionario, lucido e forte, ma anche poetico e vicino alla tragedia nel senso più arcaico del termine. Ma in quel momento, vidi la mia compagna in piedi, una sagoma nel buio che si tormentava per qualcosa e che facendomi un cenno, che non ho saputo vedere, si allontanava. A passi rapidi aveva scostato già la tenda ed era andata verso l’atrio. Forse stava andando in bagno, mi rassicurai pensando a questo tornando a farmi rapire dalle immagini sullo schermo. Ormai il gesto di alzarsi in maniera concitata della mia compagna aveva stravolto la mia attenzione infondendomi un senso di fastidio e apprensione.

Volevo continuare a vedere il film, ma l’incanto si era spezzato. Era stato interrotto dal gesto ansioso della mia compagna. Per cosa poi era tardi? Mi chiedevo cercando di riannodare i fili dell’attenzione perduta. Perché doveva essere tardi? Lo ignoravo, non ricordavo di avere avuto altri impegni oltre al film. Perdevo le sequenze, non le riconoscevo. L’atmosfera del film mi era improvvisamente divenuta estranea. Dopo diversi minuti, mi voltai verso l’uscita pensando di vedere la mia compagna rientrare. Mi decisi. Mi alzai e mi feci largo fino all’ingresso della sala, scostai la tenda e lei non c’era. Raggiunsi l’uscita, non c’era nessuna traccia di lei. Abbandonai il cinema e mi lanciai in strada. Non la vidi in nessun posto, nemmeno alla fermata dell’autobus. Non c’era nessuna trama a cui aggrapparmi. Non sapevo cosa pensare. E nemmeno cosa fare.

Il suo telefono ce l’avevo io. Tornai a casa nella speranza di ritrovarla. Feci le scale di corsa, aprii il portone, entrai in casa. Accesi tutte le luci. Non ce n’era nessuna traccia. Sul tavolo della cucina notai un foglio di carta bianca. Lo guardai, era la sua scrittura. Mi avvicinai io al foglio e non il contrario. Non riuscii a toccarlo, animato da una scaramanzia del tutto nuova per me. C’era scritto soltanto “Mi dispiace, so che un giorno mi capirai. Domani verrà mia sorella a prendere le mie cose. Addio”. Pensai ad uno scherzo. Mi aveva giocato un brutto tiro. Non poteva essere diversamente. La nostra vita insieme era perfetta.

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