Pubblicato in storie brevi

Il bacio della vipera

Il bacio della vipera Pubblciato il 24/10/2017

di Francesco Coppola
Il bambino era steso sul letto. Era pallido, sudato, il respiro affannoso.
– Metta a bollire questa siringa – disse il dottor Kraupf rivolto alla madre del
bimbo, Klara.
Klara pareva più vecchia della sua età, tanto che il giovane dottor Kraupf sarebbe potuto passare tranquillamente per suo figlio.
Otto Kraupf aveva ventinove anni ed era venuto in calesse direttamente da Linz
per cercare di salvare la vita a quel bimbo. Aveva fatto più in fretta che aveva potuto. Il suo senso del dovere, l’assoluta capacità di immedesimarsi nelle disgrazie altrui, ne facevano un medico stimato e apprezzato nella sua comunità, e molti lo preferivano a colleghi più anziani e di maggiore esperienza proprio per queste sue qualità umane, perché sapevano che su di lui si poteva contare in qualunque momento, anche di notte o nei giorni di festa, in qualunque circostanza egli si sarebbe prodigato senza peraltro mai risparmiarsi un sorriso o una carezza.
– Non… non l’ho vista. Stavo per arrampicarmi sulla vecchia quercia dove andiamo sempre a giocare dopo la scuola, e invece ho sentito come uno strappo sulla caviglia, è stato un attimo. Quando mi sono piegato a guardare mi sono accorto del segno dei denti. Morirò? – domandò il bambino, in preda ad un’ansia crescente.

Aveva gli occhi lucidi ma il suo sguardo era fermo, intenso, la nera frangetta appiccicata sulla fronte.

Io comunque sono riuscito ad uccidere lei. Con un colpo solo, sulla testa – aggiunse, con evidente soddisfazione.
– Non preoccuparti, non morirai – lo rassicurò Kraupf. – Il siero che ho portato
con me è stato preparato a Vienna ed è un antidoto estremamente efficace. Ne tengo sempre una piccola scorta nel mio ambulatorio all’approssimarsi della primavera. Non sei l’unico a cui è capitato di essere stato morso da una vipera.
– E gli altri si sono salvati?
Otto Kraupf avrebbe dovuto rispondere che finora, in verità, non aveva avuto
ancora modo di sperimentare il siero su nessuno dei suoi pazienti, invece disse:

– Certo, e godono tutti di ottima salute!
Il suo sorriso si aprì sul viso minuto del bimbo, che continuava a fissarlo con i
suoi occhi grandi e penetranti. Quel ragazzino sembrava non fidarsi di lui, e questo gli procurava un certo disagio. Controllò di nuovo la ferita, gonfia e scura, da cui aveva cercato di drenare il veleno, ma sapeva bene che il suo intervento era stato necessariamente tardivo – sebbene il piccolo paese di Leonding fosse a pochi minuti da Linz e lui si fosse subito messo in viaggio non appena avvertito di quanto accaduto, rinviando tutti i suoi appuntamenti di quel giorno – e pertanto una buona parte della letale tossina era sicuramente già entrata in circolo. Il tempo avrebbe giocato un ruolo decisivo in quella partita. Sperò che Klara ricomparisse con la siringa sterilizzata il più presto
possibile.
– Devo aver esagerato con le orecchie di Aman, quest’oggi. Ma mia madre ne
prepara di così deliziose… – considerò sconsolato, massaggiandosi la pancia nient’affatto prominente. Sperava di strappare un sorriso al bambino, che invece gli chiese, vagamente frastornato

– Tu… tu hai mangiato le orecchie di un uomo?
Kraupf scoppiò a ridere, una risata piena e convinta, che in altre circostanze
avrebbe di certo contagiato anche il suo piccolo paziente.

– Ma no, cosa dici? Le orecchie di Aman sono solo dei biscotti alla marmellata. Sono un dolce tipico della mia gente.
– Perché, qual è la tua gente?
– Io sono giudeo.
– Non sei austriaco?
– Sì, sono austriaco, ma sono anche giudeo.
– Questo è impossibile. Non si può essere due cose allo stesso tempo.
– E invece sì. Tu, ad esempio, non sei contemporaneamente un po’ austriaco e un po’ tedesco? Tua madre mi ha detto che sei nato laggiù, a Braunau am Inn, che è per metà austriaca e per metà tedesca.
Il ragazzino ci pensò su, quindi tornò a fissarlo dritto negli occhi, l’espressione
velata dalla delusione per essere stato sconfitto in quella breve disputa dialettica.

– Siete ben furbi, voi giudei – esclamò infine, con tono severo.
Di nuovo Kraupf scoppiò a ridere, ma la sua risata fu interrotta dall’arrivo di
Klara con la siringa sterilizzata. Il medico corse a recuperare la sua borsa, da cui estrasse una fiala. La aprì e ne aspirò il contenuto direttamente nella siringa.
– Ora sentirai un pizzicotto, ma niente al confronto di quello che ti ha fatto
provare la tua amica strisciante – annunciò al piccolo, mentre, con una garza imbevuta di alcol, aveva cominciato a frizionarlo sopra l’anca sinistra.
– Il dottore mi ha promesso che sopravviverò – disse il bambino rivolto alla
madre, che si era chinata su di lui per accarezzargli amorevolmente il viso.
– Ma certo che sopravviverai – intervenne il medico. – E ti prometto che se mi
verrai a trovare ti farò assaggiare le orecchie di Aman che prepara mia madre.
– Anche mia madre sa fare degli ottimi biscotti, ma non hanno questi nomi strani – puntualizzò lui.

Subito dopo cominciò a tremare, scosso da violenti brividi.
Kraupf gli controllò il polso, poi, rivolto a Klara, e cercando di apparire sicuro di
sé, disse

– Non si spaventi. Dobbiamo solo aspettare che il siero faccia effetto. È solo
questione di minuti.
Di minuti ce ne vollero diversi prima che sul viso del bambino tornasse un po’ di
colorito e che gli effetti del veleno scemassero progressivamente dal suo organismo fino a scomparire.
Kraupf e Klara avevano atteso con trepidazione che la situazione si normalizzasse, e più di una volta il medico, in cuor suo, aveva temuto il peggio,
naturalmente senza darlo a vedere alla madre del bimbo. Ma alla fine poté tirare un sospiro di sollievo e guardare in viso Klara senza paura di tradire le proprie angosce.
Si sentì aprire la porta di casa e un uomo dai grossi baffi spioventi avanzò a passi incerti sino alla camera da letto. Si bloccò impietrito non appena vide suo figlio sul letto, ancora madido di sudore e con il volto stravolto da una maschera di stanchezza che gli appesantiva i tratti infantili.
– Alois, dove diavolo eri? Ti ho fatto cercare dappertutto. Nostro figlio è stato
morso da una vipera, è vivo per miracolo! – quasi lo aggredì sua moglie.
– Io… io sono stato alla locanda e poi devo essermi addormentato su una panchina del parco – biascicò lui, imbarazzato. Aveva gli occhi arrossati e l’alito alcolico di chi doveva essersi scolato una pinta di troppo. Parecchie pinte di troppo.
– Questi è il dottor Kraupf, è lui che ha salvato la vita a nostro figlio – disse Klara,
la voce spezzata da una nota di commozione.
– Buonasera, Herr Hitler – lo salutò Kraupf.

Gli avevano detto che quel doganiere in pensione aveva la tendenza ad alzare il gomito, e fu portato a pensare che ciò accadesse molto di frequente.
Alois gli strinse la mano debolmente, poi andò ad abbracciare il figlio che,
investito dal suo fiato maleodorante, istintivamente si ritrasse da lui.
– Per me è tempo di andare. Vorrei essere di ritorno a Linz prima che faccia buio – disse Kraupf finendo di riporre i suoi strumenti nella borsa.
Klara gli si fece accanto, lo sguardo colmo di gratitudine.

Adolf, dai un bacio al dottore – disse poi, rivolta al suo bambino.
Adolf allungò il collo e scoccò sulla guancia del medico un bacio leggero,
leggero e freddo, le sue labbra come ali di farfalla ricoperte di brina.

Kraupf ne fu turbato. Deve essere una reazione dell’organismo dopo lo shock
subito, rifletté.

– Mi raccomando, resta a riposo fino a domattina, e poi potrai riprendere la
tua vita di sempre. Hai un lungo futuro che ti aspetta!
Il ragazzino gli fece un cenno di saluto con la mano. I suoi occhi scuri erano due
laghi notturni.
– Non ho parole per ringraziarla – disse Klara, quando furono in strada. Le ombre
dell’imbrunire cominciavano a scolorire il paesaggio intorno a loro.
Kraupf le strinse una mano nelle sue. Quella donna esile ma forte gli faceva
tenerezza. – Ho solo fatto il mio dovere, Frau Klara. Piuttosto, il suo Adolf è un ragazzino davvero sveglio e coraggioso per la sua età, se ne è accorta?
– Io spero che potrà essere lui a darmi quelle soddisfazioni che la vita mi ha
negato – gli rispose lei. – E soprattutto spero che non finisca per assomigliare a suo padre – aggiunse sottovoce.
Il dottore le sorrise. Provava dentro di sé quella sensazione di infinito
appagamento che sempre lo coglieva quando sentiva di aver fatto bene il suo lavoro, di essere stato utile ad alleviare le sofferenze degli altri. O quando gli capitava addirittura di salvare una vita, come in quel caso.

Fu la medesima sensazione che trent’anni più tardi lo colse, ripensando alla sua
esistenza, nel campo di concentramento di Dachau mentre, insieme ad altri compagni di prigionia, veniva condotto a morire, allorché gli passarono dinnanzi agli occhi della mente tutte le facce di quegli uomini, di quelle donne, di quei giovani, di quegli anziani che di volta in volta gli avevano manifestato la loro riconoscenza, che avevano contribuito a renderlo un uomo senza macchia, un uomo in pace con se stesso.
Compresa quella di un bambino, quel bambino che salvò dal morso di un serpente quand’era ancora un giovane medico alle prime armi, e di cui la sua memoria si rifiutò sempre di ricordare il nome.

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