Fino

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di Manuel Crispo

Certamente non ti ho mai tenuta nuda fra le braccia né ho mai respirato il respiro del tuo sonno inquieto.

Non ho mai baciato i tuoi baci né ho mai toccato un solo centimetro della tua pelle, la tua pelle bruna scolpita nel caffè portoghese, nella morbida balsa di un bancone da bar. Certamente non ho mai tenuto fra le mani i tuoi seni, che intuisco tondi e sodi attraverso il pietoso tessuto della vestina a righe né ho mai pizzicato i tuoi capezzoli che mi sembrano vasti come un tramonto sul fiume, come la vergogna con cui ti domando una birra.

Nulla di tutto questo.

Ti ho invece spiata con discrezione attraverso le vetrate unte del locale, un pub per turisti su Rua das Oliveiras, e ho chiesto di te a un conoscente, un impiegato di nome Pedro, o forse Pablo. Così ho scoperto che il tipo grosso che se ne sta seduto in disparte e che ora mi guarda in tralice è tuo marito e si chiama Pablo, o forse Pedro.

“Um fino, por favor” balbetto, indicando il tabellone. Inutile specificare la marca, qui a Porto si beve solo Super Bock. Una buona birra, forse un po’ anonima, come una bionda slavata e un po’ sciocca.
“Imediatamente” mormori, e con un occhiolino rivolto un po’ a me e un po’ a te stessa ti passi i palmi umidi di spuma su un grembiule sgualcito. Ti guardo e penso che vorrei portarti a vedere la mia terra, la mia città piccola e soffocante, che sarà bella vista attraverso la tua meraviglia. Penso che vorrei portarti a respirare la sabbia vulcanica delle mie spiagge, così diverse dalle tue, bionde di sabbia fine, o a contare le stelle sulle mie montagne d’estate.

Vorrei imparare la tua lingua e il tuo nome, la freschezza dei tuoi fiori di lavanda, l’immensità dei tuoi porti fluviali. Ma non farò niente di tutto questo. La spina frizza, il bicchiere si riempie. Intorno a noi, ragazze e ragazzi ridono e scherzano in tutte le lingue del mondo. Tuo marito ci osserva dall’altra parte del locale. Il suo sguardo ci trafigge unendoci carne a carne con uno spiedo di occhi.
“Muito obrigado”.

Ti corrispondo l’importo esatto – non sopporterei di prolungare quest’agonia con la patetica scusa di un resto – e tu mi sorridi porgendomi il bicchiere. Ci separa una lingua di vetro e di schiuma. Restiamo in silenzio. Ci sfioriamo per interposta birra.

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