Come radici mute

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di Paola Lombardi
Quando le lampade vennero portate fuori il destino apparve già scritto. Il fato ineluttabile come le radici immortali dei cedri. Non sarebbe potuto accadere nient’altro che quanto gli astri e le tradizioni scrissero fin dalla notte dei tempi. Dalla tenda di spesse stoffe di porpora e di polvere riemerse il ragazzo che avanzò verso il cerchio con la mano protesa.

La giovane si ritrasse. Ricoperta di orpelli, di decorazioni tintinnanti vedeva se stessa come una capra promessa al macello. Le era impossibile muoversi a suo piacimento, sentiva gravarle addosso il peso dei cento anni di sua nonna, il peso dei suonatori che si aggiravano per l’aia. Qualche anatra vagava smarrita nei pressi della casa severa di pietra. Dalla porta aperta come una ferita tra i massi giunse sua madre con una immagine sacra stretta tra le dita.

Le sedette accanto sul muro basso che separava il viale dall’orto. Intorno si spandeva l’odore acre del rabarbaro. Qualcuno tese la mano per un brindisi e il vino, nero come il sangue, venne versato. Le nozze sarebbero state celebrate a maggio. Nemmeno un mese d’attesa, nemmeno un mese di tempo per pregare. La ragazza sentì un brivido percorrerle la schiena e le braccia ma non trovò le parole per dire ad altri il suo turbamento. Non ebbe parole per spiegare che quel ragazzo che le tese la mano le apparve brutto con i suoi capelli fitti e spessi, neri come la notte, e le sue spalle cadenti e pronte a chinarsi.

Non fu capace di dare forma di parole alle sue paure. Il timore rimase inespresso cristallizzato nel suo sguardo. Non seppe dire perché, non fu in grado di dare un nome ai sentimenti che provò quella sera. E non le restò altro che annuire, chinare il capo e lasciare che il laccio la stringesse più forte alla sua terra.

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